Il Tempio Maggiore fu inaugurato centoventidue anni fa, nel luogo in cui gli ebrei romani erano stati costretti a vivere per oltre tre secoli. Non soltanto un edificio religioso, ma il monumento visibile di una comunità finalmente uscita dal recinto.
Una festa nel quartiere che era stato una prigione
Il 28 luglio 1904 Roma inaugurava solennemente il Tempio Maggiore, la grande sinagoga affacciata sul Tevere, con il vecchio Ghetto addobbato a festa e le autorità cittadine schierate per la cerimonia.
L’edificio sorgeva proprio nell’area in cui, per oltre trecento anni, gli ebrei romani erano stati rinchiusi per disposizione pontificia. Una scelta tutt’altro che casuale: nel luogo del confine, delle porte chiuse e delle discriminazioni nasceva ora un tempio monumentale, concepito per essere riconoscibile da ogni punto della città. La sua grande cupola a base quadrata, rivestita d’alluminio, doveva distinguersi immediatamente dalle cupole delle chiese cristiane. Non un tentativo di confondersi nel panorama romano, dunque, ma la volontà opposta: esserci, mostrarsi, diventare parte visibile della Capitale.
Dalle Cinque Scole a un unico grande tempio
Il Tempio Maggiore sostituì le antiche Cinque Scole, le sinagoghe che avevano accompagnato la vita religiosa della comunità durante i secoli del Ghetto. Con l’emancipazione degli ebrei e la trasformazione urbanistica dell’area, maturò l’idea di costruire una sede nuova, ampia e solenne. Roma, del resto, ospita una delle comunità ebraiche più antiche del mondo occidentale, presente in città già molti secoli prima della nascita del cristianesimo. La Sinagoga non rappresentava quindi l’arrivo di una presenza nuova, ma il riconoscimento pubblico di una storia antichissima che la città aveva troppo spesso tentato di comprimere dietro mura e cancelli.

