di Patrizio J. Macci
Qualcuno alla fine degli Anni Sessanta teorizzò che il romanzo giallo come “genere” prima o poi si sarebbe estinto, per esaurimento delle possibilità di costruire nuove trame, per l’impossibilità di costruire nuovi “plot”. Non la pensa così Stefano Brusadelli che con “I Santi Pericolosi” Mondadori Editore, volume che si dipana interamente sullo sfondo della Capitale, aggiunge un tassello prezioso agli intrecci tecnicamente realizzabili, forse l’ultimo di quelli ipotizzabili.

La Roma che tratteggia l’autore è cupa e feroce, rabbiosa, i suoi personaggi ossessionati dall’idea del peccato come e più dei frati de “Il nome della rosa”, con l’enorme differenza che quelli uccidevano nel perimetro dell’Abbazia, invece i “Santi” di Brusadelli, per la maggior parte sacerdoti, sono a piede libero e operano a contatto con la collettività: qui si muovono, giudicano, e tracciano le parabole delle loro esistenze.
Il narratore è l’ispettore Antonino Buonamore, che racconta la vicenda al passato quando non fa più parte del corpo di polizia e può finalmente liberarsi dei fardelli che opprimono la sua coscienza, accendendo un faro su una catena di delitti a prima vista irrisolvibile, ma nella ricostruzione del poliziotto chiara come un quadro a tinte fosche.
Altro non diremo per non spezzare la tensione narrativa, con l’avvertimento che quando gli eventi sembrano risolversi, nelle ultime pagine, si rischia di rimanere spiazzati: il lettore comprende che – per alcuni delitti – non c’è pena, o meglio chi doveva consegnare i colpevoli alla giustizia, compie una scelta assolutamente spiazzante e inedita: scrivere la verità facendone un racconto, quasi per compiere un esorcismo, un atto liberatorio che apparentemente non risolve nulla, ma invece consegna i fatti alle persone che dovranno poi meditare su cosa significhi giudicare. Il lettore smaliziato non mancherà di cogliere il riferimento ad alcune vicende di cronaca che l’autore, giornalista consumato, può aver seguito nel corso della sua vicenda professionale. A volume terminato, si rimane con una lancinante e inossidabile certezza: i morti sanno solo che vorrebbero essere vivi, gli assassini tormentati dai sensi di colpa si macerano nel dolore, e il destino di entrambi è irrimediabilmente tracciato dalle prime pagine.
