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Al cinema l’Argentina dei desaparecidos e un ottimo attore romano: Adriano Giannini scuote lo schermo

Il film di Marco Bechis racconta le ferite della dittatura argentina. Una prova intensa per l’attore romano Adriano Giannini, premiato a Venezia.

Al cinema l’Argentina dei desaparecidos e un ottimo attore romano: Adriano Giannini scuote lo schermo

Ritorno a Buenos Aires (genere drammatico psicologico storico, 2026, 104 min.) vuole ricordare i desaparecidos della dittatura argentina sul finire degli anni Settanta. In particolare, il tema è rappresentato sia dal lato delle persone rapite, torturate ma sopravvissute e per le quali le ferite sofferte non si sono rimarginate,sia da quello delle persone che per lungo tempo hanno cercato informazioni sui propri cari scomparsi.

Il dramma dei desaparecidos e il difficile cammino verso la giustizia

Trascorsi 30 anni dalla dittatura, i processi contro gli ex militari assassini e torturatori sono in corso ed i sopravvissuti sono chiamati a testimoniare di fronte ai propri aguzzini. La testimonianza è uno strumento per ottenere giustizia e provare a soffocare i propri demoni ma comporta anche tornare a quei giorni dolorosi, ricordare e descrivere difronte a tutti le torture e violenze subite mettendo in gioco la dignità personale e il proprio pudore.

È una prova difficile per tutti coloro che sono chiamati a testimoniare e lo è in ancora di più per Mariano Guerra (Adriano Giannini) visto che quest’ultimo, all’epoca, dopo torture e per sopravvivere, fece la scelta di collaborare e divenne uno “schiavo”.

Adriano Giannini, un’interpretazione tra dolore, colpa e riscatto

Mariano Guerra è il personaggio centrale del film e l’interpretazione del romano Adriano Giannini (Premio Pasinetti alla 83° Mostra di Venezia per il miglior attore protagonista) è notevole: i dialoghi sono asciutti e l’attore deve mettere molto di suo con sguardi, espressioni del viso, posture del corpo e movimenti sulla scena; il tutto con la telecamera soventemente addosso.

Toccante l’evoluzione che ha il personaggio di Mariano Guerra nel film: inizialmente, appare come un uomo solo e cupo che vive in una Torino nebbiosa e che serba della rabbia dentro di sé (emblematica la scena dove Mariano trattiene l’accendino chiesto in prestito a dei ragazzi). Dopo avere fatto non poca resistenza, accetta di tornare a Buenos Aires per testimoniare nel processo contro gli ex militari che lo sequestrarono e torturarono; qui, prima della deposizione, c’è un crescente malessere che vede nella visita all’ex centro di detenzione clandestino Garage Olimpo e nell’incontro, voluto da Mariano, con il medico dal quale prendeva ordini ma che gli ha permesso di vivere, due momenti di intensità emotiva estrema.

Da ultimo, la deposizione nel processo di fronte agli ex aguzzini nella quale Mariano – anche grazie all’abbraccio e al calore di una donna, anch’essa testimone, la quale lo fa sentire accettato da tutti i sopravvissuti superando così i sensi di colpa – acquisisce via via forza fino a liberarsi dalla schiavitù. Dopo la deposizione, all’uscita del tribunale, c’è un bel vento che porta via i pensieri.

Buenos Aires, le contraddizioni di una città sospesa nel passato

Visitare Buenos Aires è un’esperienza che non lascia indifferenti: si avverte che nel passato c’è stato un pensare in grande e tanto buon gusto ma non può non notarsi che questa spinta si è esaurita orami da tempo e ora si vive in maniera orgogliosamente dimessa. Nel film questa sensazione sembra rispecchiarsi nella struttura che ospita Mariano e gli altri testimoni: l’ingresso è ampio e fatto di materiali che sembrano pregiati e la scala è quella tipica di un edificio signorile, nondimeno, le camere non sono dotate di bagno che è al piano ed è in condivisone con persone dello stesso genere; il bagno dove si reca Mariano ha uno specchio rotto ma nessuno si prenda cura di aggiustarlo.

La regia di Marco Bechis e il legame con la Corsa di Miguel a Roma

La regia di Marco Bechis detta tempi narrativi molto ben calibrati lasciando così filtrare gli stati d’animo e consentendo una visione partecipe del dolore.

Nel complesso, un film solido e di impegno civile (presentato in concorso all’83ª Mostra di Venezia e vincitore del Premio Pasinetti per il miglior film) che poggia sull’interpretazione convincente, anche nei momenti di sofferenza acuta, di Adriano Giannini. Consigliato soprattutto a chi è stato o conta di andare in Argentina e agli sportivi romani che partecipano alla Corsa di Miguel, manifestazione sportiva dedicata ad un maratoneta e poeta argentino desaparecido che si celebra da oltre 25 anni.

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