di Mario Baccini *
Il dato che è risultato dalle urne sancisce che siamo alla fine di una epoca dove i partiti non sono più un punto di riferimento per i cittadini tanto che questi hanno preso posizione esprimendo un voto di protesta che si è trasformato in un risultato più che significativo per il Movimento Cinque Stelle.
Ormai la politica si gioca su questo terreno, con regole diverse. Leggendo questi risultati è evidente che sono due i tavoli su cui ci si deve necessariamente confrontare: quello della rappresentanza politica, che deve ritrovare una sua espressione diretta e un legame forte con i cittadini e il territorio, per questo bisogna cambiare la legge elettorale, e quello della ricostruzione dello Stato, oggi smantellato e in procinto di vivere una fase di ingovernabilità.
Noi Cristiano Popolari, abbiamo preso coscienza dei cambiamenti in atto, abbiamo eletto nostri rappresentanti nei due rami del Parlamento e siamo pronti a ricostruire partendo proprio dalle nostre radici e dai nostri valori, che non possono essere messi in discussione, ma vanno tutelati nel rispetto di quei cittadini che ci hanno sostenuto.
Ė evidente che il centro-destra ha fatto valere le proprie ragioni e va dato merito a Silvio Berlusconi di essere stato parte attiva e sostegno di questo consolidamento importante. Ma allo stesso tempo è necessario ripensare ad una classe politica con un forte radicamento sul territorio che sappia tenere dritta la barra e tutelare quei valori di cui siamo custodi e rappresentanti senza più vuoti come quelli creatisi, ad esempio, nel Lazio.

Lo scenario che si prospetta davanti non è di facile gestione e sarà un compito arduo, ma inderogabile, per il Parlamento quello di costruire un accordo. Questo stato di insicurezza politica non giova ad alcuno: certamente non al Centrosinistra, che assumendo l’onere di governare si troverà quotidianamente a confrontarsi con la possibilità di ottenere, o no, un voto favorevole in Senato per l’approvazione dei provvedimenti di iniziativa esecutiva. Una probabile via d’uscita potrebbe essere rappresentata dalla costituzione di un governo di unità nazionale che comprendesse tutte quelle forze politiche che si riconoscessero nei principi fondamentali della Costituzione e, più in generale, in una visione costruttiva dell’agire politico nel rispetto
delle istituzioni.
Un governo di larghe intese guidato da una figura di garanzia, o anche dal segretario del Pd con l’appoggio esterno delle altre forze politiche, permetterebbe l’adozione delle fondamentali riforme che il nostro Paese aspetta da tempo e che sarebbero approvate con una larga base parlamentare di consenso. La vita di questo governo dovrebbe durare il tempo necessario per attuare e per modificare la legge elettorale, poi si potrebbe restituire la parola agli elettori e nuovamente andare al voto per delineare un quadro politico chiaro e conforme alle aspettative di quanti chiedano quella stabilità necessaria al rilancio di una crescita economica e sociale non più rinviabile.
Il mancato raggiungimento di un accordo per la costituzione di un governo di larghe intese farebbe precipitare il Paese in una stagione di incertezze, sia sul piano politico e istituzionale, sia sul piano dello sviluppo economico e sociale, con il solo risultato di avvantaggiare quelle entità partitiche di matrice populista che vedrebbero avverarsi la profezia dell’incapacità di gestire il Paese da parte delle tradizionali formazioni politiche e che, quindi, potrebbero registrare nel medio periodo un allargamento dei loro consensi elettorali.
* Presidente della Federazione dei Cristiano Popolari
