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Bilancio: manuale anti-demagogia

Gli indipendenti, ovunque collocati nello scenario politico, devono riempire di contenuti e segnare con lo stile una seria alternativa al malgoverno, alla demagogia e alla impreparazione, ovvero un’alternativa al bipolarismo di questi anni infecondi e deludenti. A Roma lo squallore della battaglia in Aula Giulio Cesare impone questo salto di qualità. Per questo annunciare il voto d’astensione e rinunciare all’ostruzionismo, è l’unico modo per alzare il livello del confronto sulle scelte sbagliate della Giunta capitolina e della maggioranza di sinistra che ne sostiene l’operato.
È inspiegabile il ritardo accumulato da Marino nel definire, dopo le elezioni, gli atti più idonei a mettere il bilancio in sicurezza. L’attesa ha contribuito ad aggravare lo stato di pre-dissesto finanziario. Meglio a quel punto se avesse preso il coraggio a due mani promuovendo una sorta di “default controllato” della Capitale. Bassolino lo fece, a Napoli, non appena insediato; in fondo Marchini ne rinfresca oggi, con le debite differenze, il significato e il valore di salutare operazione chiarificatrice.
Marino si è aggrovigliato viceversa in una ragnatela di astuzie tese a garantire, in buona parte, l’assorbimento del deficit – certificato ora in 816 milioni – nella “Gestione straordinaria del debito di Roma” grazie alla rivisitazione di partite contabili individuate, all’improvviso, come antecedenti al 28 aprile 2008. Però in questo modo, a rigor di logica, si declassa la questione strutturale del deficit a mero errore di “registrazione di fatture”: a suo tempo dovevano essere computate nel debito, dunque non sono ascrivibili al deficit 2013: in altre parole, l’allarme sarebbe ingiustificato.
Non è così. Alemanno è tornato, tra ieri e oggi, a ribadire la serietà del problema come pure, a suo dire, la prontezza della risposta da lui fornita. Per la verità non convince nemmeno questa rappresentazione. Le cifre fornite, tra documenti ufficiali e dichiarazioni alla stampa, non coincidono. Il buco era di 369,5 e poi di 450 milioni: Alemanno, con una memoria di giunta, lo avrebbe alleggerito con tagli (solo prospettati) di 250 milioni. Che dire? C’è da chiedersi perché mai l’ex Sindaco abbia provveduto con uno strumento debole come la memoria di Giunta a indicare la necessità di recuperare solo 250 milioni, quando semmai era suo dovere intervenire con provvedimenti energici e puntuali a tutela dell’equilibrio complessivo di bilancio.
Il cittadino, per altro, avrebbe diritto di sapere per quale motivo gli organi amministrativi di controllo esterni (Corte dei Conti) e interni (Collegio dei Revisori) non abbiano pronunciato parola alcuna in tutto questo tempo. A giugno, fatte le elezioni e insediati i nuovi organi politici, era così difficile accendere la spia di allerta? O forse, attenendosi alla gestione più angusta dei loro compiti, stimatissimi magistrati contabili e onorabili professionisti assegnano a se stessi l’onere di valutazioni ex post, certo interessanti ma non sempre utili? È ben sperabile che l’Assessore al bilancio, Daniela Morgante, avrà avuto modo nel frattempo di accertarsene, se non altro per la confidenza che ha con il qualificato ambiente da cui lei stessa proviene.
Sta di fatto che si sono persi mesi preziosi. Le misure varate dal Parlamento, destinate a contrarre la spesa dei consumi intermedi, implicavano una decisa razionalizzazione dei costi di forniture e servizi. Ora è inevitabile che in assenza di coerenti e tempestive misure correttive, in questo scorcio di fine esercito contabile l’azione del Campidoglio si riduca a un pretenzioso rattoppo di quanto possibile, con l’inevitabile ricorso a nuove tasse e a procedure di dilatazione del debito consolidato. Uscire da questo pantano richiede grande rigore e determinazione. Ma non impazienza, né tanto meno confusione.


Lucio D’Ubaldo, Lista Marchini