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Roma
Campidoglio, è già allarme tasse. Aequa Roma sarà un'Equitalia light

di Lucio D'Ubaldo

Le tasse non piacciono, ma vanno pagate. A Roma questo precetto fa pure da corollario alla riconduzione della politica di bilancio dentro canoni di razionalità e buona amministrazione. In Campidoglio non è più tempo di artifici contabili, urgono provvedimenti incisivi. Non è semplice.
La riscossione dei tributi è il terreno ideale per coltivare la mala pianta della demagogia. In questi anni anni la politica dei talk show ha suonato contemporaneamente due spartiti molto diversi, con effetti contraddittori. Così, alle orecchie della pubblica opinione è arrivata tanto la bella musica della lotta alla evasione fiscale, quanto il brutto rumore, per così dire, della protesta anti-Equitalia.
Qualcosa non va in questo concerto stonato. Ancora non si è capito, in effetti, come si possa combattere l'esercito dei contribuenti infedeli senza dispiegare strumenti capaci di incutere rispetto nella forza persuasiva e repressiva della Pubblica amministrazione. Del resto, i risultati ottenuti negli ultimi tempi sono il frutto di una legislazione più severa, che ha reso meno aleatoria o  incerta l'attività di controllo.
Sostenere che Equitalia ha sbagliato, fino ad attribuire alla sua azione un carattere vessatorio ai danni specialmente dei più deboli, equivale a dire che le norme anti-evasione sono state pensate e definite in Parlamento secondo uno spirito di ingiustificata aggressività. È vero semmai che l'impegno riformatore ha comportato per la prima volta dopo tante prediche inutili l'allestimento di misure più incisive e corroboranti; ciò nondimeno, questa maggiore severità è stata applicata alla funzione non più di privati concessionari - quattro o cinque gruppi bancari la cui qualità di servizio ha lasciato molto a desiderare - ma di un soggetto operativo di natura pubblica. Non è un dettaglio da poco.
In ogni caso, senza scomodare l'Europa, è necessario piegare la curva di un anomalo comportamento, fonte per altro di squilibri nella distribuzione del carico fiscale. L'Italia si confronta con difficoltà che solo una polemica superficiale può attribuire alla inadeguatezza di strumenti tecnici. Una quota consistente di ricchezza sfugge alla tassazione perché la struttura produttiva è così frammentata - il pianeta dei tre milioni e mezzo di partite IVA - da rendere complicata l'attività di controllo sul territorio delle micro unità aziendali, delle tante imprese familiari, dei soggetti improvvisati e sfuggenti, spesso con domiciliazione di facciata. I Comuni, malgrado incentivi e sollecitazioni, non sono in grado di colmare le lacune degli apparati centrali dello Stato.
Adesso il governo annuncia un cambio di strategia per concentrare essenzialmente, in base a nuove disposizioni da inserire nella legge di delega sulla riforma fiscale, l'attività di contrasto verso i "grandi" evasori. Non si possono disperdere risorse ed energie. Dunque...buoni con i "piccoli"? In una recente intervista il sottosegretario all'Economia, Luigi Casero, ha precisato il senso della nuova filosofia: «Più che buoni, meno aggressivi. Per l'evasione di moderato importo - duemila, tremila euro al massimo - prima di passare alle cartelle ci sarà una fase in cui il contribuente sarà sollecitato a pagare senza prevedere sanzioni, aggi e interessi che possano appesantire la cifra. E visto che buona parte di questa piccola evasione si consuma su tasse locali coinvolgeremo Comuni e Regioni in questo processo, come sulla definizione degli standard e sul patto di stabilità».
L'intenzione è lodevole, ma richiede uno sforzo di massima chiarezza. Ai Comuni fa capo un mix di imposizione e tassazione locale, i cui numeri implicano appunto un'evasione che si attesta di regola su livelli di "moderato importo". Qual è il deterrente, allora, che può bloccare una vocazione alla inadempienza o semplicemente alla negligenza, vista la dichiarata rinuncia dello Stato a misure sanzionatorie in fase di contestazione degli addebiti? Il rischio è che agli occhi dei furbi le scadenze di pagamento perdano di significato, con grave danno per le casse dei Comuni. Evidentemente ai buoni propositi bisogna associare, prima che si apra la danza degli entusiasmi sospetti, il necessario rigore sul piano delle scelte legislative e regolamentari.
A questa vicenda, già di per sé meritevole di grande attenzione, è particolarmente interessato il Comune di Roma. Il suo piano di rientro poggia in maniera evidente sulla pietra d'angolo di una più efficace lotta all'evasione. Conseguentemente appare illusoria l'ipotesi di rilancio di Aequa Roma, pallida versione capitolina di Equitalia, se intanto s'indebolisce l'impianto generale della politica di riscossione dei tributi locali. Per questo Ignazio Marino dovrebbe assumere un'iniziativa a tempi brevi, sollecitando assieme ad altri Sindaci un confronto con il Governo sulle conseguenze negative che possono ricadere sui Comuni per effetto di un processo alquanto somigliante al classico gioco dello scaricabarile. Non sono ammesse distrazioni.

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tributi localitasseaequa romaequitalialucio d'ubaldo
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