Il Lazio concentra uno dei maggiori patrimoni di colture legnose del Centro Italia, ma il loro valore climatico è ancora largamente inespresso
Per rispondere agli obblighi introdotti da normative come CSRD ed EUDR e allineare i propri piani di decarbonizzazione a standard climatici come SBTi-FLAG, le multinazionali devono dimostrare — con dati primari certificati, non con dichiarazioni — la riduzione delle emissioni lungo l’intera filiera agricola. Nel caso dell’EUDR gli Stati membri possono prevedere sanzioni fino al 4% del fatturato annuo nell’UE, mentre la CSRD introduce obblighi di rendicontazione soggetti ai regimi sanzionatori nazionali. Il Carbon Removal Certification Framework, il primo quadro europeo per la certificazione delle rimozioni di carbonio adottato con il Regolamento (UE) 2024/3012, sta per trasformare i crediti agricoli in una classe di asset regolamentata, con implicazioni dirette per chi gestisce portafogli con esposizione alle filiere agroalimentari.
La Francia rappresenta oggi una delle esperienze europee più avanzate nel carbon farming
Il Label Bas-Carbone — pilastro della strategia nazionale francese, citato dalla Commissione Europea come modello di riferimento per il CRCF — contava al marzo 2025 già 1.685 progetti validati con un impatto potenziale di 6,41 MtCO₂eq, con una crescita esponenziale: circa 2,8 MtCO₂eq di certificati potenziali validati nel solo 2024, il doppio dell’anno precedente. L’Italia si è mossa, ma più lentamente e solo parzialmente: a ottobre 2025 il decreto interministeriale firmato dai ministri Lollobrigida e Pichetto Fratin ha istituito il Registro nazionale dei crediti di carbonio, affidato al CREA. Nella sua fase iniziale, però, il registro è limitato alla componente forestale. Per il carbon farming agricolo — oliveti, vigneti, frutteti — una strategia nazionale coordinata non esiste ancora. Un vuoto che lascia senza copertura istituzionale proprio il settore con il maggiore potenziale mediterraneo.
Il Mediterraneo è un grande mercato inesplorato del carbon farming europeo
Le colture legnose mediterranee — oliveti, vigneti, agrumeti — hanno un potenziale di sequestro stimato tre-quattro volte superiore alle cerealicole del Nord Europa. Ma l’infrastruttura per misurarlo e valorizzarlo finanziariamente non è mai esistita. I mercati del carbonio sviluppati in Germania, Olanda e Scandinavia rispondono a un’agricoltura concentrata e digitalizzata, lontana dalla realtà frammentata del Sud Europa. Un disallineamento strutturale che ha lasciato senza copertura proprio le aree con il maggiore potenziale agronomico.
Un potenziale che riguarda da vicino anche il Lazio, regione che concentra uno dei più estesi patrimoni di colture legnose permanenti del Centro Italia, ancora largamente inesplorato sul piano del valore climatico
Gli oliveti laziali si estendono su circa 86.000 ettari — tra le prime regioni italiane per superficie olivetata — distribuiti in tutte e cinque le province¹, con quattro oli a denominazione d’origine protetta: Canino, Tuscia, Sabina e Colline Pontine². I vigneti coprono una superficie di circa 23.000 ettari³, con tre DOCG — Frascati Superiore, Cannellino di Frascati e Cesanese del Piglio — e 27 DOC⁴. A queste superfici si aggiungono circa 22.700 ettari di noccioleti: il Lazio è la prima regione italiana per superficie corilicola, con il 34,9% della superficie nazionale, concentrata prevalentemente nella Tuscia viterbese⁵. Si tratta di colture perenni legnose che accumulano carbonio nella biomassa e nel suolo in modo continuativo, con un potenziale di sequestro generalmente superiore a quello delle colture annuali. Eppure solo una quota marginale di queste superfici è oggi coinvolta in programmi strutturati di generazione di crediti certificati: non per mancanza di potenziale agronomico, ma per assenza dell’infrastruttura necessaria a misurarlo, verificarlo e trasformarlo in valore finanziario.
La domanda di crediti agricoli ad alta integrità supera oggi strutturalmente l’offerta disponibile
Chi ha già costruito la pipeline — farmer network, verificatori, metodologie, relazioni con i registri — è in una posizione che non si replica facilmente. In questo contesto si inserisce il modello sviluppato da Radica. L’azienda — con sede a Ostuni e un ufficio a Madrid — non è un broker di crediti né una società di consulenza: è l’infrastruttura dati che sta tra l’agricoltore e il mercato. Raccoglie dati agronomici direttamente nelle aziende agricole — campionamenti del suolo, telerilevamento satellitare, modelli biofisici — li elabora attraverso sistemi avanzati di Measurement, Reporting and Verification (MRV) e li trasforma in crediti di carbonio certificati secondo la metodologia VM0042, registrati presso l’International Carbon Registry. Il progetto AgroEcology Italy, selezionato da Lufthansa Group — il più grande gruppo aereo europeo, tra i quattordici progetti nel programma climatico — opera su oliveti, frutteti, vigneti e altre colture legnose in quindici regioni italiane, con un impatto potenziale fino a 1.142.682 tonnellate di CO₂ rimosse per anno. In parallelo, Radica si è posizionata al 26° posto nella classifica Sifted 100 Southern Europe 2026, unica realtà italiana dell’agritech e del carbon farming nella top 30. I numeri operativi attuali: oltre 25.000 ettari gestiti, 650 aziende agricole coinvolte, 84.000 carbon removals verificati e oltre 100.000 tonnellate già contrattualizzate fino al 2030. L’obiettivo dichiarato è arrivare a 1,2 milioni di crediti entro il 2030, diventando il principale fornitore di infrastrutture dati per i mercati del carbonio agricolo nell’intera area mediterranea. Nel Lazio, con oltre 130.000 ettari di colture legnose tra olivi, viti e noccioli, quella pipeline è ancora tutta da costruire.

