L’assistenza a anziani, malati e persone non autosufficienti grava soprattutto sulle donne. Un lavoro indispensabile ma senza stipendio, che sottrae tempo all’occupazione e compromette redditi e pensioni.
Il nostro Paese dispone di un sistema di welfare che funziona anche grazie a milioni di persone che lavorano senza ricevere uno stipendio. Assistono genitori anziani, coniugi malati, figli con disabilità. Organizzano visite mediche, gestiscono terapie, affrontano incombenze quotidiane. Sono i caregiver familiari, una componente essenziale della protezione sociale che continua a essere considerata una risorsa privata anziché un’infrastruttura collettiva.
Secondo i dati Istat riferiti al 2019, richiamati dal Censis, sono circa 7 milioni gli italiani impegnati nell’assistenza familiare. Un esercito invisibile che consente al sistema pubblico di contenere una parte della domanda di servizi, trasferendone però il costo economico e umano sulle famiglie.
Il welfare nascosto ha soprattutto un volto femminile
La distribuzione di questo lavoro è tutt’altro che equilibrata. Secondo l’Istat, nel 2023 le donne dedicavano mediamente al lavoro familiare non retribuito due ore e 27 minuti al giorno più degli uomini. Anche nelle coppie in cui entrambi lavorano, il 68,9% delle attività domestiche e familiari resta sulle spalle femminili.
Il problema non riguarda soltanto la qualità della vita. Chi riduce l’orario di lavoro, rinuncia a una promozione o interrompe la carriera per assistere un familiare paga un prezzo che si accumula negli anni: meno retribuzione, meno contributi previdenziali, pensioni future più basse.
È un paradosso economico. Il lavoro di cura produce un beneficio collettivo, ma il suo costo rimane prevalentemente individuale. E spesso viene sostenuto proprio da chi dispone di minori opportunità professionali.
Nel Lazio l’assistenza resta una questione di famiglia
Il fenomeno assume particolare rilievo anche nel Lazio. Secondo il rapporto Censis-Assindatcolf del 2025, nella regione si contano appena sette badanti ogni cento persone sole con almeno sessant’anni, contro una media nazionale di 8,5. Un dato che non misura direttamente la copertura del bisogno assistenziale, ma segnala quanto sia limitato il ricorso al lavoro domestico retribuito rispetto a una popolazione anziana sempre più esposta alla solitudine.
La risposta non può consistere soltanto in nuovi trasferimenti economici. Occorrono servizi domiciliari accessibili, sostegni alla conciliazione tra occupazione e assistenza, percorsi formativi e strumenti previdenziali capaci di riconoscere il lavoro di cura.
Perché una società che invecchia non può continuare a considerare inesauribile la disponibilità delle famiglie, soprattutto delle donne. La questione, dunque, non è soltanto quanto costerebbe allo Stato sostenere maggiormente i caregiver. È quanto costerà al Paese continuare a non farlo.


