“Papà le è caduto il gelato”. Le è a chi? A ragazzì se dice: je caduto er gelato…. ahahahah”. Ride contento il severo genitore che riprende la bimba, rea di aver commesso un imperdonabile errore. Nonostante la famiglia, l’effetto scuola Le ha insegnato “l’itagliano”, quella lingua ormai desueta da essere collocata accanto al latinorum.
In un pomeriggio di finto autunno a Ostia, col sole che cala tuffandosi nel mare e il resto del cielo nero come in un autunno vero, su una panchina di una gelateria si consuma il funerale della lingua. Un tempo erano i genitori che, orgogliosi di mandare i figli a scuola, apprendevano di rimbalzo ciò che la società non era stata in grado di dar loro. Oggi non accade più: l’effetto reality show e il delirio da talent hanno ribaltato le regole del gioco: più sei ignorante e più sei accreditato, delirante, e onnipotente come un topo in una colonia felina a corto di cibo da mesi.
E’ bene riflettere sempre su ciò che la vita dona ogni giorno. Il gelato di Ostia (al netto del sapore da barattolone di grande distribuzione, allungato col latte a lunga conservazione e poi freddato e venduto come un qualunque prodotto di genuino artigianato) vale molto di più di ciò che realmente significa. E’ un delizioso incontro ravvicinato del terzo tipo con lo stereotipo del coatto che si pensava non ci fosse più e che invece si è moltiplicato a dismisura. Scarpe running over the top, addominale rilassato e basso che tradisce dieci centimetri l’anno di maratona divano-cucina e ritorno affaticato, l’homus erectus lidensis sfoggia una polo da inglese navigato, un rolexxone che vale come un’auto ed ha le braccia coperte di significativi tattoo ispirati a scene rupestri.
Al collo, la cara vecchia catenona d’oro, dello stesso diametro di quella che in acciaio un adolescente sano di mente utilizzerebbe per assicurare il motorino ad un palo. Se non fosse per i 500 grammi di metallo prezioso che circondano il collo taurino, sarebbe di una modernità assoluta. Anche nel rapporto con la bimba, minuta, forbita e giustamente da rimproverare e correggere pubblicamente, perché il modello di papà perfetto non ha dubbi come il mondo che lo circonda. E chi ci rimette è la bambina. Chi ci guadagna è quella coppia di “normali” che sentendo il genitore correggere la ragazzina a stento trattengono una risata. Poi una smorfia di dolore per il futuro che l’aspetta. Crescerà con gli struzzi da nutrire con un brodo gettato in terra… “ma me sa che se so’ bruciati la lingua perché nun magnavano”. Così parlava sì tanto padre al telefono con un simile. A vedere l’auto, gli struzzi rendono bene. Ed è giusto che con il gomito aperto in orizzontale verso l’ignoto dialoghi al cellulare e agiti il corpo come nei migliori film sul coactus romanus. Er coatto.
Fabio Carosi
