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Compro oro e slot, l’anima è in vendita

Roma sta per diventare una slot-city. Lentamente e inesorabilmente, insieme ai negozi “compro-oro” e alle decine di vetrine serrate per cessata attività, aumentano in maniera esponenziale i locali commerciali dove si può scommettere a ogni ora del giorno. Hanno invaso come un fiume in piena la Capitale.
Slot machine digitali, videopoker, roulette elettroniche, sale scommesse dove si può puntare su ogni tipo di evento sportivo e non, sono diventati una patologia del tessuto urbano. Continuando di questo passo finiranno per stravolgerlo completamente. Una consolare – la Tiburtina- ne ospita uno di dimensioni mastodontiche. Il problema è letteralmente esploso.
Ogni esercizio commerciale che chiude strangolato dalla crisi economica, rischia di trasformarsi in uno “scommetificio”. Lentamente ma inesorabilmente hanno sostituito i videogames degli anni ottanta, insinuandosi attraverso la promessa di vincite immediate in ogni bar o circolo ricreativo. Il primo timido tentativo era stato con le sale Bingo. Importate dall’estero in maniera massiccia, si sono spente miseramente dopo una iniziale folle curiosità. Con i videopoker la possibilità di giocare è aperta a tutti, insieme all’eldorado di una probabile vincita. A sentire gli “addetti ai lavori” dei quattro attori non ci guadagna nessuno: giocatore, noleggiatore, Stato, ed esercente dove le macchinette sono fisicamente installate. Si lamentano tutti. Eppure il settore è in crescita esponenziale. I tecnici ben informati in materia sostengono che oramai, in un’epoca di quasi totale tracciabilità del denaro contante, è una delle poche maniere rimaste di “lavare” i soldi sporchi. Leggende urbane raccontano di internet point dove incauti vecchietti assatanati si recano a dissipare le magre pensioni, su computer appositamente modificati. In questa maniera viene bypassata anche la regola della prossimità, che regola la presenza degli apparecchi sul territorio cercando di controllarne la diffusione.
E’ imperativo che il prossimo sindaco di Roma metta un freno a tutto ciò, senza per questo soffocare il libero mercato. Oramai siamo al punto nel quale la maggior offerta non aumenta il consumo (e i relativi introiti per l’Erario), ma contribuisce esclusivamente a un’ulteriore desertificazione della città. Riprendiamoci la città e i suoi luoghi. Prima che sia troppo tardi.

Patrizio J. Macci