Ci avevano insegnato che il matrimonio è “finché morte non vi separi”. Evidentemente nessuno aveva previsto che, una volta morto l’amore, ci sarebbe stato anche il ricevimento funebre. Con tanto di torta, brindisi e invitati. Succede in Inghilterra, dove il divorzio non si piange più: si organizza. Perché se ogni emozione è diventata un evento, anche un cuore spezzato pretende il suo catering.
Si chiama Divorce Party ed è esattamente ciò che il nome suggerisce: una festa per celebrare il divorzio. Non una riunione di reduci del tribunale, ma un vero e proprio evento con amici, musica, calici alzati e, in alcuni casi, perfino un simbolico funerale del matrimonio. D’altronde viviamo nell’epoca in cui ogni scusa è buona per dare spettacolo: il gender reveal, il baby shower, il pensionamento e, adesso, anche l’addio al coniuge.
Daniele Colozza porta in Italia il Divorce Party: il divorzio diventa un rito di rinascita

A qualcuno sembrerà l’ennesima americanata. E chissà, forse lo è. Ma, fortunatamente, non tutti i mali vengono per nuocere. Ne è convinto Daniele Colozza, Wedding Manager di Villa Tuscolana a Frascati, che vorrebbe introdurre questo format anche in Italia. «Per anni ho accompagnato le coppie nel giorno del loro sì», racconta. «Poi mi sono accorto che, quando un matrimonio finisce, le persone affrontano tutto in silenzio, quasi dovessero vergognarsi. Eppure chiudere una relazione che non funziona più è spesso un atto di coraggio.»
Spiega Colozza: «L’idea non quella di trasformare il divorzio in una vendetta in abito da sera. E non è una neppure una festa contro l’ex partner, ma lo è per sé stessi. Si celebra la chiusura di un capitolo e l’inizio di un altro.»
Così spariscono i cliché per fare spazio a riti simbolici: una lettera da bruciare per lasciare andare il passato, una torta rigorosamente nera, il brindisi con gli amici che sono rimasti accanto durante la separazione. Persino il dress code racconta una storia: total black perché il lutto è finito, oppure total white perché si riparte da una pagina bianca.
Dopo il “per sempre”, il coraggio di ricominciare
«In Italia siamo il Paese del “per sempre”», osserva ancora Colozza. «Quando quel per sempre finisce ci sentiamo sbagliati. Il matrimonio si festeggia con duecento invitati, il divorzio spesso si vive da soli. Un rito serve a dire a sé stessi e agli altri che la vita continua.» L’idea fa sorridere, certo, anche il matrimonio, se ci pensiamo, è un gigantesco rito simbolico. Ci vestiamo di bianco, lanciamo il riso, tagliamo una torta alta tre piani, brindiamo con persone che magari non rivedremo mai più e balliamo fino a notte fonda. Se celebriamo con tanta enfasi l’inizio di una storia, perché dovrebbe scandalizzarci dare una forma civile anche alla sua conclusione? Celebrare la fine di un matrimonio significa riconoscere che quell’amore è esistito davvero, che ha avuto un senso e che, semplicemente, ha terminato il suo percorso. Forse, allora, il compianto Peppino Di Capri aveva capito tutto molto prima di noi. In Champagne cantava di brindare anche «alla fine di un amore». Perché il vero fallimento non è un matrimonio che finisce. È continuare a recitare la parte degli innamorati quando il sipario è già calato da tempo.

