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Gli staff d’oro pesano come le tasse

All’epoca della mia carica di vicepresidente della Giunta Regionale del Lazio e di assessore, erano gli Anni Ottanta e Novanta, lo staff di segreteria era, per tutti, costituito solo da cinque addetti scelti fra i dipendenti regionali o da altre amministrazioni pubbliche con stipendi pari a quelli del loro ufficio di provenienza in modo da spendere da una parte e risparmiare dall’altra. Lo stesso succedeva con i capi settore della macchina amministrativa.
Successivamente, la legge ha consentito l’assunzione di elementi esterni all’istituzione, anche non dipendenti pubblici, non solo per i collaboratori del presidente della Regione, del sindaco e degli assessori e dei gruppi consiliari, ma anche per i vari livelli direttivi della burocrazia. Il tutto con un evidente aggravio di costi e comprensibile demotivazione dei dipendenti non solo apicali.
L’ultimo esempio della nomina a Comandante del corpo dei vigili urbani di Roma di un esterno non solo all’amministrazione, ma anche allo stesso corpo, è un caso eclatante. Per non parlare poi dei vari staff del sindaco Marino e del presidente Zingaretti denunciati dagli organi di stampa.
È mai possibile, al di là di quanto consentito dalla legge, che in una situazione di crisi quale quella che viviamo, non ci sia la sensibilità da parte dei nostri amministratori di ridurre i propri collaboratori, spesso ignari del funzionamento della macchina amministrativa, evitando ulteriori tasse locali ai cittadini?
La cosa davvero sconcertante è che in campagna elettorale ognuno accusa il sindaco o il presidente regionale uscente di sperperi a danno della collettività. Poi, una volta terminata la battaglia, chiunque viene eletto si circonda di un numero ancora superiore di persone. È proprio vero: “Chi lascia la via vecchia per la via nuova, sa quel che lascia ma non quel che trova!”.


Potito Salatto, eurodeputato Ppe