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Roma

I dati dell'AMI, 30.000 cause l'anno per gli alimenti, così i figli denunciano mamma e papà. Figli non più ragazzi, spesso quasi trentenni ma anche di più, universitari fuori corso o lavoratori part time e precari, che fanno causa ai genitori per gli alimenti, principalmente perché spinti da due fattori: gli affitti delle case troppo alti e i salari sempre più miseri.
La denuncia arriva direttamente dall'AMI, l'Associazione matrimonialisti italiani: sono 30.000 l'anno le cause intentate dai figli, più della metà riguarda genitori separati ma quasi il 10% delle vertenze sono contro genitori pensionati, si tratta di figli che ritornano a casa perché non ce la fanno a mantenere la propria indipendenza, il fenomeno dei cosiddetti “boomerang kids”, come lo definiscono gli studiosi d'oltreoceano.
Bamboccioni? Forse. Certo è che il numero dei giovani che restano a vivere con i genitori, stando al Rapporto 2012 dell'Istat, continua a crescere: il 41,9% nella fascia che va dai 25 ai 34 anni, vive ancora a casa con mamma e papà, contro il 33,2% del 1993. Qualcosa però è cambiato. Mentre, infatti, vent'anni fa erano i genitori che spingevano a far studiare i figli per un lavoro migliore, salendo così un gradino più alto della scala sociale, ad oggi questo meccanismo non funziona più e la metà di loro, il 45%, resta a casa con i genitori non per scelta ma perché non ha un lavoro e non può mantenersi. Il guaio è che il momento del distacco si allontana sempre di più: se guardiamo la fascia d’età fra i 35 e i 44 anni, i figli che restano in casa sono arrivati al 7%, il doppio del 1993.

Un weekend da bamboccioni rich visore

E ora, nella difficile contingenza politico-economica in cui si trova il nostro Paese, quando arrivare alla fine del mese è sempre più difficile e un lavoro stabile una meta ormai irraggiungibile, soprattutto per i giovani, un nuovo aspetto emerge dalle situazioni familiari già in crisi: il mantenimento dei figli adulti, quando in realtà dovrebbero essere autonomi ed indipendenti. Aspetto che esce fuori con più forza, poi, in quei contesti familiari dove l'equilibrio dei rapporti si è incrinato e oltre alla drammatica realtà di dover affrontare un divorzio, si aggiunge la questione che i figli ultra maggiorenni non ci pensano due volte a denunciare mamma o papà per gli alimenti. I dati parlano chiaro: più della metà delle volte sono i figli maschi, il 60% circa, a citare in giudizio i genitori e nell' 80% dei casi di famiglie con coniugi separati ad essere portato in tribunale è il padre.
“In Italia i figli ultramaggiorenni che portano in aula i genitori nel 90% dei casi vincono sempre” assicura l'avvocato Gian Ettore Gassani, presidente nazionale dell'AMI, “i giudici possono ridurre all'osso l'assegno di mantenimento se si tratta di casi dove il figlio ha già abbondantemente superato i trentanni e non ha fatto molti sforzi per migliorare la propria situazione economica o se i genitori non se la passano meglio di lui, vivendo solo di normali stipendi, ma in ogni caso il figlio vince... Inoltre, i figli sono incentivati anche da un'altra circostanza, ovvero che risultando molto spesso nullatenenti, o con redditi sotto i 10.000 euro, godono del gratuito patrocinio, cioè non devono neanche pagare l'avvocato che, invece, ai genitori costa una media di 5000 euro per ogni grado di giudizio, a volte per vicende che hanno un controvalore monetario addirittura inferiore”.
D'altronde la legge, la n. 54 del 2006, obbliga i genitori a mantenere i figli anche se maggiorenni, finché non si stabilizzano economicamente, anche seguendo le loro aspirazioni professionali, senza fissare alcun limite di età. Insomma, alla fine si tratta di scaricare le responsabilità di uno Stato in crisi sulle spalle della famiglia che fa da vera e propria rete di protezione sociale, mantenendo un figlio largamente adulto e sostituendosi in quelle che invece dovrebbero essere le funzioni di un Welfare State, che al centro dovrebbe porre proprio gli interessi della famiglia, a partire da quelli economici.
Una buona parte dei contenziosi legali tra genitori e figli per questioni di mantenimento riguarda figli di coppie separate o divorziate. Di solito vivono con la madre e portano in giudizio il padre, che a un certo punto ha cessato di pagare gli alimenti ritenendo i figli abbastanza adulti da badare a se stessi.
Così, per la sociologa Chiara Saraceno, professoressa e membro onorario al Collegio Carlo Alberto di Torino, scattano le rivendicazioni “soprattutto quando i rapporti padri e figli non sono buoni e forse neppure consistenti. In alcuni casi la madre, che di fatto è quella che mantiene il figlio che vive con lei, sostiene questa rivendicazione, per ostilità verso l'ex coniuge, ma anche perché non vuole rimanere solo lei a fare fronte alle necessità del figlio”.

la sapienza


In un Paese dove nonostante le denunce dei livelli allarmanti di disoccupazione giovanile, recentissimi i dati del Rapporto ISTAT-Cnel sul Benessere equo e solidale che registrano il record di disoccupati tra i laureati under 35, arrivati, ormai, nel 2012 a quota 197.000, nonostante l'inaccessibilità al mondo del lavoro sempre più diffusa, senza ormai neanche più alcuna distinzione tra Nord e Sud della Penisola, con i salari d'ingresso tra i più bassi d'Europa, i governanti nei fatti non sembrano preoccuparsene. In un Paese dove, addirittura, si può rimanere indefinitamente iscritti all'università, facendo un esame all'anno. Tanto c'è la famiglia che ci pensa.
I numeri dell’Ufficio di Statistica del MIUR, aggiornati a Marzo 2013, parlano chiaro: in Italia nell’anno accademico 2011-2012 sono quasi 600 mila gli studenti universitari fuori corso e tra gli atenei più grandi del Belpaese La Sapienza di Roma, con 113 mila iscritti, registra più del 33% dei “ritardatari” ed è seconda solo all’università di Napoli, Federico II, dove i fuoricorso sono il 39% su un totale di oltre 84 mila immatricolati.
Ma quando, poi, l'universitario ha anche da ridere perché mamma e papà si sono stufati di mantenerlo, non si fa certo remore a portare in giudizio i genitori per continuare a farsi mantenere. Soprattutto se uno dei due è benestante e allora, perché non spremere ben ben il papà che se lo può permettere?
Clamorosa la sentenza del 2004, la n. 5.317, della Suprema Corte che sul caso del figlio 28enne di un notaio, ha riconosciuto il mantenimento del ragazzo nonostante una carriera universitaria non certamente brillante: otto gli anni di iscrizione e otto gli esami sostenuti. E questo basandosi sul fatto che, se la famiglia non è in crisi, i figli possono essere mantenuti indipendentemente dalla loro età anagrafica, per consentire loro di avere più chance di realizzarsi professionalmente.
E la legge 54 del 2006 ancora non esisteva. Una legge che ha comunque trovato forza e vigore più volte nella giurisprudenza della Corte di Cassazione, più o meno a ragione, come nella pronuncia n.1773 del 2012 degli Ermellini che nel caso di una ragazza di 35 anni, commessa part-time con contratto a progetto, stipendio pari a 500 euro mensili, ha riconosciuto il diritto all'assegno di mantenimento da parte del padre separato dalla madre, perché tale somma “non può, nell’attuale situazione di recessione, ritenersi bastevole per sostenere le spese abitative e di mantenimento connesse ad una condizione autonoma di vita”.
Così come anche nel caso di un figlio venticinquenne, iscritto all’università, che dopo il divorzio dei genitori ha svolto attività lavorativa di modesto valore e con esigua retribuzione. La Corte d’Appello di Roma ha imposto al padre di versare direttamente al figlio, ancora convivente con la madre e non ancora economicamente autonomo, un contributo mensile per il mantenimento di 400 euro. E i giudici di piazza Cavour con la sentenza n. 24989 del 2010 hanno confermato la non indipendenza economica del ragazzo, rilevando che l’esperienze lavorative di collaborazione non consentivano certamente un’esistenza libera e dignitosa e tenendo anche conto della dedizione del giovane agli studi universitari, rispondenti alle sue possibilità di riuscita e compatibili con le condizioni economiche della famiglia.
E se il figlio universitario è anche un fuori sede, allora non ci sono dubbi: l’assegno di mantenimento può essere aumentato, perché all’incremento delle esigenze economiche del ragazzo che studia in una città diversa da quella di residenza, deve corrispondere necessariamente un aumento del contributo fisso.
E’ quello che è accaduto a Roma, dove un padre si è visto respingere il ricorso presentato in Cassazione contro il decreto della Corte d’Appello di Roma che lo aveva condannato a versare un assegno più alto per il figlio ventenne, universitario fuori sede. A nulla sono servite le recriminazioni del padre sulla scelta universitaria del giovane, che ha preferito iscriversi alla facoltà di odontoiatria di un’università privata, iniziativa considerata dai giudici quale espressione della sua libera ed insindacabile determinazione, tra l'altro conseguente alla non ottenuta iscrizione presso altre facoltà universitarie e, quindi, la scelta del luogo diverso da quello di residenza adottata per plausibili ragioni.
Che l'età del figlio maggiorenne non sia sufficiente ad escludere il diritto al mantenimento lo si capisce ancora meglio con la sentenza della Cassazione del 2011, la n. 1830, che ribaltando due precedenti gradi di giudizio, ha ribadito l'obbligo di un padre ferrarese di versare gli alimenti a una figlia studentessa e già sposata con un ragazzo di Santo Domingo, anche lui studente universitario, perché economicamente non autonoma.
Forse, individuare parametri giuridici certi, almeno sui limiti di età massima dei figli beneficiari dell'assegno di mantenimento, per evitare il pericoloso aumento di conflitti tra genitori e figli, mettendo a dura prova la famiglia italiana, sia sul versante giudiziario che sociale, diventa quasi impellente, soprattutto trovandosi davanti a situazioni particolarmente drammatiche. E della necessità di modificare la normativa vigente ne è convinta anche la stessa professoressa Saraceno “Purtroppo, nel gran parlare di bamboccioni nessuno è mai disposto a farlo, perché significherebbe modificare anche una concezione del welfare state tutta squilibrata sulle aspettative nei confronti della famiglia”.


Silvia Brigida

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