Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Roma » Il Gip descrive scenari apocalittici per Albano e Monti dell’Ortaccio. IL PROVVEDIMENTO CAUTELARE

Il Gip descrive scenari apocalittici per Albano e Monti dell’Ortaccio. IL PROVVEDIMENTO CAUTELARE

“Fatti di inaudita gravità anche per le dirette implicazioni sulla politica di gestione dei rifiuti e per le ricadute negative sulla collettività”. Così il gip definisce in un passaggio del provvedimento cautelare, emesso nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione dei rifiuti, l’organizzazione messa in piede degli indagati. La struttura in questione avrebbe operato almeno dal 2008: una stabile struttura organizzativa “informale” sovrapposta a quella formale delle società relative al gruppo imprenditoriale guidato da Manlio Cerroni (dagli stessi sodali chiamato con l’appellativo di “Supremo”) avente un indeterminato programma criminoso e un assetto variabile secondo le attività svolte, le vicende della vita o i cambiamenti all’interno dell’apparato politico-amministrativo.
Accanto alla presenza di un nocciolo duro costituito dalla stesse persone vi è la presenza di altri soggetti che si associano con riferimento a vicende specifiche. Subito sotto il Cerroni, nella piramide organizzativa, si trovava Landi quale organizzatore, in grado di condizionare l’attività dei vari enti pubblici coinvolti nella gestione del ciclo dei rifiuti nel al fine di consentire al gruppo imprenditoriale riconducibile a Cerroni di realizzare e mantenere un sostanziale monopolio nella gestione dei rifiuti solidi urbani prodotti dai comuni delle varie aree territoriali ottimali.
L’esistenza e il funzionamento di tale sodalizio criminale costituito da soggetti privati, pubblici funzionari e politici è stata nel tempo monitorata e ricostruita grazie all’utilizzo massiccio di intercettazioni telefoniche, all’assunzione di sommarie informazioni testimoniali, a corpose acquisizioni documentali, ad accurate consulenze tecniche. L’indagine si è di fatto dipanata lungo quattro direttrici principali. La prima riguarda la gestione dell’impianto di raccolta e trattamento rifiuti di Albano Laziale. La tariffa che viene corrisposta al gestore di un impianto di trattamento meccanico biologico dei rifiuti è composta di varie parti, una delle quali è costituita dal costo di termovalorizzazione del CDR, rifiuto speciale derivante dal trattamento della c.d. “frazione secca” dei rifiuti. Per quanto concerne l’impianto gestito in Albano Laziale dalla Pontina Ambiente, società riconducibile al Cerroni, la ricostruzione operata circa la gestione del CDR negli anni oggetto di indagine, ha permesso di accertare che le percentuali di CDR effettivamente avviato a valorizzazione non si avvicinavano agli standard prestazionali di progetto (43%), alle soglie indicate nel piano regionale di gestione dei rifiuti (35%), alla soglia di produttività del 29% sopra indicata o alla soglia minima del 25% indicata nel decreto commissariale n. 15/2005 come “tasso di recupero minimo”. Ed infatti, la percentuale di C.D.R. effettivamente avviata al recupero energetico (presso l’impianto di termovalorizzazione di Colleferro), si attestava attorno al 15%, mentre la restante parte veniva avviata in discarica come scarto di lavorazione. Tale parte, tuttavia, era pagata al gestore come se fosse stata avviata a termovalorizzazione, così realizzandosi un ingiusto profitto per l’impresa, profitto derivante dalla differenza tra l’importo tariffario percepito (per il trattamento dei rifiuti) e quanto effettivamente speso, e stimato in circa 11 milioni di euro dal 2006 al 2012.
In tal modo, inoltre, si provocava anche il prematuro superamento delle volumetrie disponibili in discarica. La seconda direttrice riguarda il termovalorizzatore di Albano Laziale. In tale vicenda, per chi indaga finalità perseguita dal Cerroni era quella di creare una contiguità spaziale con il TMB della Pontina Ambiente, di ridurre così le spese di gestione stante la vicinanza delle strutture (con l’ulteriore effetto di poter mantenere una tariffa di accesso all’impianto di TMB contenuta rispetto a eventuali concorrenti) e, soprattutto, di realizzare l’opera attraverso incentivi pubblici. Non solo, localizzazione e progetto sarebbero stati caratterizzati da vizi formali e falsi documentali.
Il terzo aspetto riguarda la realizzazione di un invaso per un discarica in località Monti dell’Ortaccio. Il gruppo Cerroni realizzava, in località Monti dell’Ortaccio, l’invaso di una futura discarica (circa 3 milioni di metri cubi), ponendo così in essere una incisiva trasformazione urbanistica, smaltendo poi le rocce e terre da scavo (da qualificarsi come rifiuti) all’interno della discarica di Malagrotta, simulando l’esistenza di titoli autorizzativi di fatto inesistenti. Questa operazione ha generato un profitto per le casse della E. Giovi (impresa riconducibile al gruppo Cerroni) stimato in non meno di 8 milioni di euro. Inoltre, gli scavi venivano condotti al punto di abbassare la quota di fondo di scavo della cava Monti del Lumacaro (area adiacente a Monti dell’Ortaccio, parimenti oggetto di richiesta di autorizzazione per la discarica) al di sotto dei limiti consentiti, determinando così la illecita deviazione della falda acquifera sotterranea, appartenente al demanio idrico, e la creazione di un laghetto artificiale. L’ultimo aspetto riguarda le tariffe per lo smaltimento dei rifiuti ed alle ordinanze regionali sullo smaltimento dei rifiuti nei Comuni di Anzio e Nettuno. Ciò impedendo ad una società concorrente di entrare nel mercato e procurando alle società Pontina Ambiente ed Ecombiente un ingiusto profitto patrimoniale consistente nella possibilità di gestire senza concorrenti i rifiuti provenienti dai comuni della zona.