di Patrizio J. Macci
La capacità unica di “produrre arte”, ma sopratutto ricchezza e lavoro con il Design Made in Italy. Questo è il cuore del rapporto contenuto nel testo “L’arte di produrre arte – Imprese italiane del design al lavoro”, zeppo di numeri e analisi svolte sul campo curato da Pietro Antonio Valentino per Marsilio Editore e presentato all’Auditorium dell’Ara Pacis. Dati che per la loro peculiarità sfuggono alle rivelazioni e agli indicatori tradizionali. Una fotografia che delinea con nitidezza due ambiti dei quali spesso si parla, ma senza aver mai disegnato prima con precisione i limiti di riferimento degli ambiti di competenza.
Un settore colpito con forza dalla crisi economica che sta attanagliando l’industria e l’artigianato italiano, ma che ha una peculiarità unica: “nessuno potrà mai delocalizzare il patrimonio artistico e culturale del nostro paese. Le piazze, i monumenti, i beni archeologici e monumentali non possono essere smontati e portati all’estero. Questi sono la linfa vitale della diversità italiana, quella che speriamo ci permetta di ripartire e uscire dal tunnel del declino. Sono i capitali che debbono confluire in Italia, noi siamo qui con la nostra competenza e professionalità unica in alcuni campi” queste sono le parole potenti che ha usato Gianni Letta per introdurre il volume. Davanti a questa urgenza invece la politica latita, destinando all’industria culturale una percentuale minima del Pil. È necessario allora operare una rivoluzione partendo dal punto di vista della definizione, si dovrebbe cominciare a parlare di Prodotto Interno Culturale. Alcune politiche di indirizzo -come si spiega nel volume- sono già in atto con la formulazione da parte dell’attuale governo di mirate politiche a sostegno dello sviluppo delle attività culturali: l’Art bonus, la rimodulazione del sistema tariffario dei musei. Il quadro attuale del consumo culturale italiano è a tinte fosche, le imprese culturali perdono addetti proprio nei settori dove dovrebbero essere più operative. La mancanza di investimenti sta generando dei danni irreparabili nel medio e lungo periodo, il numero delle imprese culturali italiane e dei suoi addetti è in netta decrescita, in tre anni (dal 2008 al 2011) ha perso oltre diecimila aziende. Solo il comparto delle costruzioni ha conosciuto una flessione peggiore. Il motivo è presto spiegato, con la crisi i consumi culturali sono i primi ad essere tagliati dal budget familiare. Roma rimane la città che impegna la forza lavoro maggiore nell’industria culturale, ma il confronto con Spagna, Francia Germania e Regno Unito è impietoso. Gli interventi in cultura non solo sono superiori in ognuno di questi paesi, ma vengono usati come misura anticiclica e contro la depressione economica. Una lettura attenta di questo volume può essere un punto di partenza per un’inversione di tendenza, per sfatare il mito che “con la cultura non si mangia”.
Il design, comparto che ha meglio resistito alla crisi economica, con tutta l’ICC in genere, è un capitale intangibile che può dare al nostro paese una supremazia immateriale e non replicabile. Non bisogna lasciarselo rubare.
