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La Grande Bellezza è arte che fa male

Nella vittoria di Sorrentino agli Oscar c’è veramente la Grande Bellezza. E’ quel masochismo tipicamente italiano – certamente romano – che porta uno stuolo di pubblici amministratori ad elogiare un capolavoro che racconta “Roma puttana”.
La stessa città che, buona parte di coloro che propongono visite al regista, intitolazioni di strade e vie e che elogiano il lavoro di denuncia e narrazione cruda, hanno contribuito a costruire oppure hanno lasciato che si realizzasse, magari col silenzio o con la connivenza passiva.
E’ una sorta di sindrome di Stoccolma che fa innamorare dell’uomo, che più di ogni inchiesta penale che ha cancellato un’intera classe politica, ha denunciato il mercimonio della città.
La Grande Bellezza non è solo un film da Oscar, è l’immagine più surreale e impietosa che la macchina da presa abbia mai posato sulla città. Solo che invece di vergognarsi, politici e pubblici amministratori fanno a gara nel tessere l’elogio. Per chi ama Roma, i romani e duemila anni di storia, Sorrentino è una ferita aperta e sanguinante. E’ la puttana nuda che si vende al miglior offerente; una città senza spina dorsale dove l’intrigo millenario si propaga come la peste. E’ la città immorale, quella della decadenza esaltata. Quando si dice che l’arte fa male.