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Legge elettorale: si continua fra sospetti e possibile voto anticipato

L’emendamento voluto da Fratelli d’Italia sulle preferenze bocciato. Un solo voto, segreto, che alimenta sospetti, congetture e ipotesi

Legge elettorale: si continua fra sospetti e possibile voto anticipato

187 contro 188: emendamento sulle preferenze bocciato. Un solo voto. È bastato una singola, segreta, preferenza per innescare un incidente parlamentare e una potenziale bomba politica. La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze non fa certo cadere il governo ma apre una crepa nella maggioranza e scatena la caccia ai franchi tiratori che Giorgia Meloni e il suo partito ritengono fra Lega e Forza Italia. La resa dei conti è già partita.

Meloni furiosa: caccia ai “traditori” nella maggioranza

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Meloni era consapevole di camminare su un terreno scivoloso ma ha voluto comunque provare da andare sino in fondo. Ha perso l’equilibrio, è caduta, ma con ogni probabilità il suo Governo si rialzerà. Ammaccato ma non sconfitto anche perché, sul piano squisitamente istituzionale, non si tratta di un ko del governo, ma della maggioranza. Tradotto: una parte della coalizione di centrodestra,  individuale e non partitica, nascosta dietro lo scrutinio segreto, ha espresso il proprio dissenso. Il gioco a nascondino ha favorito la sinistra ma la sensazione è che fra i franchi tiratori la scelta sia stata dettata più da un tornaconto individuale che politico. Senza girarci troppo intorno, alcuni parlamentari impauriti di perdere il proprio posto in Parlamento, hanno scelto la strada del “no”, agevolata dal voto segreto. Nel mirino di Giorgia Meloni, i rappresentanti di Lega e, soprattutto, Forza Italia.

Il sospetto del “partito del pareggio” e lo spettro delle urne anticipate

Resta comunque la brutta figura. Il governo Meloni, dopo la sconfitta, assorbita in un paio di mesi, del referendum sulla giustizia, inciampa nuovamente. Dietro il voto, però, nel lungo corridoio del Transatlantico, dove si decidono le partite alla Camera, si vocifera di qualcosa in più di un semplice incidente. Prende sempre più corpo, anche nel centrodestra, la teoria del cosiddetto “partito del pareggio”, una componente trasversale, interessata a mantenere l’attuale Rosatellum e a evitare una riforma della legge elettorale che potrebbe modificare gli equilibri futuri. Qualcuno ha anche avanzato il sospetto della mano lunga di Marina Berlusconi, interessata ad evitare che la Meloni assuma troppo potere in vista delle elezioni presidenziali. Nel mirino anche Antonio Tajani e la sua capacità di leadership su Forza Italia, in particolare sugli uomini particolarmente vicini alla figlia del Cavaliere.

Lo scenario: una manovra mirata ad anticipare il voto

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Con il tempo lo scenario diventerà più chiaro: intanto la legge andrà avanti. Appuntamento in Senato, dove non c’è, in questo caso, il voto segreto. Ignazio La Russa ha già mandato segnali di fumo: aspetta di ricontare uomini e voti a volto scoperto. Poi si tireranno le somme sul futuro. La sensazione è che, qualora si individuasse un serio problema di coalizione più che di singole velleità in maggioranza, Meloni possa rompere gli indugi e staccare la spina a un governo dove comunque i capigruppo delle coalizioni alleate non hanno enorme presa (eufemismo) sui loro uomini. Le elezioni in autunno potrebbero, fra l’altro, prendere in contropiede un Campo Largo che, al netto delle esultanze da stadio in aula, deve trovare, nell’ordine: unità di intenti, programma, consensi e leader. Andare alle urne impedirebbe, infine, una ulteriore crescita di Futuro Nazionale: averlo fra un anno con una percentuale a doppia cifra, sarebbe un rebus complicato da risolvere. Intanto il Quirinale tace e segue con attenzione, ma senza interventi.