Nuovo appuntamento con il viaggio attraverso l’economia romana. Chi sono i player, come hanno affrontato la crisi e quali cambiamenti chiedono.
di Ilaria Mariotti
Tutto comincia negli Anni Venti, con i primi chioschi in metallo incorniciati da vetrine che espongono giornali. Li costruisce Attilio Tabacchiera, un vero “artista del ferro”: a descrivere così questo artigiano di quasi un secolo fa è sua nipote Eleonora Tabacchiera, oggi alla guida, insieme al fratello Massimo e al padre Alfredo, della Asteco, azienda di punta nella fabbricazione soprattutto di edicole, ma anche di chioschi da bar o da mercato, sia in Italia che in Europa.
“Quasi un monopolio”, spiega ad Affariitaliani.it. I loro prodotti sono in tutte le capitali del Vecchio continente e non solo (“Se ne vedono anche in Venezuela”). Lo stabilimento di Pomezia si estende su più di 15mila metri quadrati, producono una media di 300 strutture all’anno, vengono da decenni di successo basato sull’utilizzo di materiali di avanguardia. Un modello vincente che però non è bastato ad arginare le conseguenze della crisi cronica dell’editoria che, sommata a quella mondiale, ha colpito duramente, come mai in tanti anni di storia. Forte del suo passato la Asteco è però ancora vivacissima. E intravede piccoli segnali di ripresa.
Adesso potete dirvi più tranquilli?
“Tra settembre e ottobre c’è stato più movimento, gli ordini sono di nuovo saliti. Ma davvero impegnato tute le nostre risorse, genio e sregolatezza, ma non possiamo dirci fuori dal guado: il vero nodo è che il lavoro c’è, c’è anche la voglia di rischiare. Ma sino a quando i pagamenti saranno così difficili, è difficile scommettere sui clienti”.
Come si esce da una fase così dura?
“Negli anni ci siamo creati una posizione di leadership in questo segmento di mercato. Le nostre edicole si trovano in tutte le città del mondo, lo dico senza esagerare. Per questo finora non avevamo mai sentito la necessità di espanderci: anzi, la richiesta era talmente tanta da non riuscire a soddisfarla e per questo siamo restati in Italia. Adesso invece abbiamo aperto un piccolo ufficio a Londra per radicarci meglio sul mercato inglese: loro ti vogliono conoscere per concludere accordi, altrimenti non si fidano di te. E così il prodotto made in Roma lo stiamo internazionalizzando, cercando nuovi mercati e nuove opportunità”.
Sul prodotto siete intervenuti?
“Sì, innanzi tutto semplificandolo. I nostri sono materiali di eccellenza pensati per durare nel tempo. Per essere più competitivi abbiamo però creato dei chioschi smart, più leggeri, con materiali più economici. Ora la gamma dei prezzi è più variabile. Si parte dai 40mila euro per arrivare fino anche ai 200mila. E poi abbiamo cominciato a uscire dal nostro core business, che è quello delle edicole, concentrandoci ad esempio sui chioschi bar. Quelli ci stanno aiutando molto perché la domanda è in aumento”.
Quanto conta l’esperienza quando si presentano momenti di recessione così potenti?
“Tanto: è tutto. A pesare è soprattutto il modo di fare le cose, con cura e precisione. Fu mio padre a rendersi conto negli Anni Cinquanta che le edicole dovevano cambiare, essere progettate per le esigenze di chi ci passa giornate dentro. Le condizioni igieniche stavano diventando una priorità, e così furono costruiti i primi bagni, i primi sistemi di riscaldamento. E le iniziammo a fare anche più belle possibile, perché meglio si espongono i giornali, più si vendono. A notarci fu il Corriere della Sera, che ci commissionò i primi lavori, ed è da lì che parte la nostra storia. Non tutti oggi lavorano così: il nostro è artigianato puro, da noi il cliente viene con un’idea ed è seguito per tutta la filiera della produzione. Alla fine esce con un prodotto unico e indistruttibile, che dura una vita”.
Come vanno i competitor?
“Ne avevamo pochi, siamo un settore di nicchia. Loro fanno pezzi più economici, destinati a invecchiare. Molti hanno chiuso, non hanno resistito alla crisi”.
Cosa direbbe come imprenditrice all’amministrazione romana o al governo?
“Per noi in questi anni è stata dura. Il fatturato si è dimezzato rispetto ai 7,5 milioni di qualche tempo fa. Rinunciare al 25% del nostro personale, uomin e donne formati, belle persone è una cosa molto triste e che non avrei mai immaginato di dover fare. Lo scandalo è che molti lavori che ci chiedono non possiamo realizzarli perché bloccati dalle amministrazioni comunali che non concedono le autorizzazioni per l’uso del suolo pubblico. C’è gente che ha dei risparmi da parte, che vorrebbe spendere, e che potrebbe ridare ossigeno all’economia. E invece chi ci governa ci mette i bastoni tra le ruote. Stiamo parlando di numeri importanti, anche tre quarti del nostro fatturato”.
Quali sono le città che vanno peggio?
“Roma stranamente non è tra queste, anche perché nel centro sud è quella che meno ha risentito della crisi. Milano è in assoluto la città che più ci ostacola. E infatti basta guardarne l’arredo urbano, che non si riesce a rinnovare. E’ una questione di scelte: chi ha un progetto per la città ha anche il gusto di renderla più bella”.

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ROMA PRODUCE/5. Dall’Argentina sino al Nord Europa: la storia della Asteco, l’azienda di Attilio Tabacchiera che, forgiando il metallo, ha inventato prima le edicole dei giornali, poi chioschi bar e da mercato, unendo, gusto, tradizione e innovazione. Parla Eleonora Tabacchiera: “Il peggio è passato ma abbiamo perso uomini e donne preziosi”
