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Per chi non ha memoria. Santini, sindaco dei lavoratori

Lunedì mattina, presso la Chiesa del Sacro Cuore Immacolato di Maria a Piazza Euclide, si sono svolti i funerali di Rinaldo Santini, giunto serenamente e con animo sempre fedele al Signore alla rispettabile età di 98 anni.  Forte del suo credo cattolico sociale, intriso di cultura e sensibilità di stampo montiniano, antifascista convinto, avrebbe esercitato negli anni crescenti e significative responsabilità nel contesto delle istituzioni locali. Fondatore della Cisl di Roma, è stato il primo e finora unico sindacalista ad aver ricoperto la massima carica cittadina. Pertanto la definizione postuma che gli si potrebbe attribuire è quella, nient’affatto pretestuosa, di “Sindaco dei lavoratori”: del resto, come negare quanto fosse orgoglioso di appartenere alla tradizione del sindacalismo bianco?
In ogni caso era un uomo del dialogo. Come sul piano nazionale accadeva a Giovanni Leone, si attribuivano ciclicamente a Santini ruoli di rappresentanza e direzione politico-amministrativa in particolari momenti di transizione negli equilibri politici romani. La sua onestà e competenza ne fecero il prezioso alleato e collaboratore di Amerigo Petrucci, il Sindaco che per molte ragioni merita di essere ricordato, a distanza di tempo e senza il peso di polemiche ormai datate, alla stregua di un vero gigante politico nel cuore del lungo ciclo di governo cittadino della Democrazia cristiana, specie nella stagione del primo centro-sinistra.
In un libro misurato e gustoso curato da Paolo Cremonesi (La politica come servizio, Roma, Pieraldo 1996), Santini ha ricordato i passaggi salienti della propria formazione giovanile nell’associazionismo cattolico e quindi del suo progressivo impegno nei ranghi del partito d’ispirazione cristiana. Sarebbe una lettura da consigliare, se non altro per il manifesto ripudio in queste pagine di memorie dell’inerstirpabile peccato di narcisismo. Poiché, infatti, gli amministratori hanno preso a celebrare se stessi, quasi con la presunzione di stabilire il passaggio dalla preistoria alla civiltà grazie alla loro performance, torna utile apprendere che il primo (non facile) confronto sulla collocazione al Flaminio dell’Auditorium della Musica si ebbe con l’Amministrazione Santini. A frenare sulla localizzazione dell’opera furono in quel frangente i musicisti di Santa Cecilia e i residenti del quartiere: entrambi consideravano errata la scelta di un sito troppo esposto – dicevano – al frastuono del traffico alimentato, specialmente la domenica, dalle tifoserie di Roma e Lazio. Chi mai lo ricorda, visto che l’Auditorium è incastonato tra le mirabilia  del “Modello Roma”?
Un’ultima considerazione riguarda la coerenza dell’uomo e del personaggio pubblico. Bisogna riconoscere, in sostanza, la sua limpida e indefettibile adesione al progetto cattolico democratico anche dopo la caduta della Democrazia cristiana. Invece nelle diverse testimonianze raccolte alla fine del rito funebre è stato purtroppo ignorato il gesto simbolico e politico che volle compiere a 85 anni – quindi nel periodo 2000-2002 – quando si rese disponibile nella sorpresa dei dirigenti di Piazza del Gesù ad assumere l’incarico di Presidente onorario del Partito Popolare di Roma. Chi si accingeva, nello stesso torno di tempo, a chiudere i battenti di una storia gloriosa non aveva la forza evidentemente di riconoscere nella generosità di Santini il valore di una testarda e autentica espressione di fede politica.


Lucio D’Ubaldo