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Per gli ex cinema, il Campidoglio privilegia la vocazione culturale: almeno il 70% resterà destinato alla cultura

Le nuove Norme Tecniche di Attuazione del Piano Regolatore di Roma introducono un vincolo che obbliga a destinare almeno il 70% degli ex cinema ad attività culturali, sociali o ricreative. Una misura pensata per contrastare la trasformazione delle storiche sale in supermercati o spazi commerciali. Favorevole il giudizio del Piccolo America, mentre prosegue il contenzioso amministrativo sul futuro del Cinema Metropolitan.

Per gli ex cinema, il Campidoglio privilegia la vocazione culturale: almeno il 70% resterà destinato alla cultura

Roma prova a cambiare il destino delle sue sale cinematografiche dismesse. Le nuove Norme Tecniche di Attuazione del Piano Regolatore introducono un vincolo che obbliga a destinare almeno il 70% degli ex cinema ad attività culturali, sociali o ricreative. Plaude il Piccolo America, mentre resta aperto il contenzioso sul Metropolitan.

Per anni il copione è sembrato sempre lo stesso: si abbassa il sipario, si spengono i proiettori e, qualche tempo dopo, al posto delle poltroncine rosse arrivano scaffali, uffici o l’ennesimo spazio commerciale. Roma, però, prova a cambiare sceneggiatura. Il Campidoglio ha deciso di blindare il futuro degli ex cinema con una norma destinata a incidere sulle trasformazioni urbanistiche della Capitale.

Nel corso dell’esame delle nuove Norme Tecniche di Attuazione del Piano Regolatore, l’Assemblea Capitolina ha introdotto un principio destinato a fare discutere: chi vorrà cambiare destinazione d’uso a una sala cinematografica dismessa dovrà garantire che almeno il 70% della superficie continui a ospitare funzioni culturali, sociali o ricreative. Solo il restante 30% potrà essere destinato ad attività commerciali, direzionali o compatibili con il nuovo assetto.

Un argine alla speculazione edilizia

L’obiettivo dichiarato dell’amministrazione capitolina è fermare quella progressiva desertificazione culturale che, negli ultimi vent’anni, ha cancellato decine di cinema di quartiere, sostituendoli con attività che poco avevano a che vedere con la loro funzione originaria. La nuova disciplina supera un impianto normativo rimasto sostanzialmente fermo dal 2008 e punta a fare della rigenerazione urbana uno strumento per conservare anche l’identità sociale dei quartieri.

L’assessore all’Urbanistica Maurizio Veloccia ha difeso la scelta come uno degli elementi qualificanti della nuova pianificazione cittadina, mentre l’assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio ha ribadito la volontà di scongiurare una liberalizzazione indiscriminata delle vecchie sale.

Il Piccolo America applaude, ma il caso Metropolitan resta aperto

Tra i primi a salutare positivamente il nuovo indirizzo c’è Valerio Carocci, presidente della Fondazione Piccolo America, da anni impegnata nella difesa degli spazi cinematografici romani. Per Carocci, mantenere un vincolo così elevato significa impedire che luoghi nati come presìdi culturali vengano trasformati integralmente in contenitori commerciali, preservandone almeno in parte la funzione pubblica.

Resta però il nodo del Cinema Metropolitan di via del Corso. Il Campidoglio insiste nel definirlo un caso eccezionale, destinato a non diventare un precedente. Sul suo futuro, tuttavia, continua a pesare il ricorso al Tar promosso da cittadini e associazioni, tra cui lo stesso Piccolo America. Insomma, Roma prova a salvare i suoi cinema quando molti sono ormai a titoli di coda. Ma, come insegnano i grandi film, anche dopo l’ultima scena può sempre esserci un sequel…