Secondo la UIL, Roma continua a essere tra i comuni italiani che paga l’imposta IMU più salata, con una media che supera i 3.000 euro annui per proprietario. Un primato che non sorprende, ma che pesa come un macigno in un momento in cui il costo della vita, la pressione sui mutui e la crisi degli affitti stanno ridisegnando la geografia sociale della città.
Per questo la UIL chiede una riforma del catasto, una revisione profonda delle rendite che introduca maggiore progressività e aderenza ai valori reali del mercato. Perché oggi, a Roma, l’IMU è calcolata dati degli anni Ottanta, quando interi quartieri non erano ancora esplosi di valore e altri non avevano conosciuto il declino che li avrebbe segnati nei decenni successivi.
Una città che cambia, un fisco che resta fermo
Zone come Prati, Trastevere, Testaccio o il Centro storico continuano a pagare un’imposta elevata, ma non sempre proporzionata alla realtà immobiliare attuale. Al contrario, molte aree periferiche restano ancorate a rendite che non riflettono né il valore reale degli immobili né la qualità dei servizi disponibili. Il risultato è un sistema che amplifica le differenze invece di ridurle, creando una frattura tra chi vive in quartieri centrali ormai svuotati di residenti stabili e chi abita nelle periferie dove il mercato è stagnante.
La UIL parla apertamente di diseguaglianze urbane prodotte da un’imposta che non tiene conto delle trasformazioni demografiche, dell’impatto degli affitti brevi, della pressione turistica e della crescente polarizzazione tra centro e periferia. In altre parole: l’IMU non fotografa più la città reale.
Tutti d’accordo sulla riforma, ma nessuno la fa
Il problema, però, non è tecnico, ma politico. Da oltre dieci anni, ogni governo evita di mettere mano al catasto per timore di conseguenze elettorali. La parola “riforma” evoca immediatamente l’idea di un aumento delle tasse, anche quando – come in questo caso – si parla di redistribuzione e non di incremento del gettito.
Eppure, senza un aggiornamento delle rendite, l’IMU continuerà a essere una tassa che racconta un’Italia che non esiste più. Nel caso di Roma, significa perpetuare una città a due velocità: da un lato i quartieri dove il valore immobiliare cresce e il carico fiscale resta alto; dall’altro le periferie dove l’imposta pesa meno, ma dove i servizi pubblici sono insufficienti e la qualità della vita è più bassa.
Un invito al confronto
La domanda è inevitabile: può una capitale europea convivere con un sistema fiscale che amplifica le sue diseguaglianze invece di ridurle? La UIL sostiene di no, e invita il governo ad aprire un confronto serio, non ideologico, che tenga insieme equità, sostenibilità e trasparenza.
Perché l’IMU, oggi, è il simbolo di un sistema che non riesce a leggere la realtà, il racconto di una Capitale che chiede strumenti nuovi per essere compresa e governata.

