Giovanni (il nome è di fantasia), è un compagno di infanzia che avevo smarrito. Dopo decenni di silenzio reciproco, mi ha rintracciato tramite facebook. In maniera subdola e astuta ha carpito il mio numero telefonico, e quando è nei guai mi telefona a qualsiasi ora del giorno e della notte.
La sua vita fino ad oggi è stata un’odissea. Giovanni è sfrattato (in attesa di esecuzione da otto anni), separato (due matrimoni fragorosamente andati in malora) con sei figli, e protestato. Eppure deve avere un suo particolare nume tutelare. Una divinità, bizzarra e ironica che lo sostiene. La sua capacità di mettersi nei guai è una costante temporale, così come quella di uscire sempre indenne.
Giovanni vive oltre il codice penale, in un suo mondo border line che io pensavo essere piccolo e invece si rivela in crescita continua. Quasi una volta al mese mi chiama esordendo con un laconico “Dotto’…”, perché per lui questo titolo è sinonimo della professione di avvocato, anche se io gli ho spiegato che non sono laureato e tantomeno un legale. Giovanni si esprime in un romano strascicato, a metà strada tra Tomas Milian e Trilussa. Ultimamente ne avevo perso nuovamente le tracce, lo pensavo indaffarato nei suoi quattro lavori che economicamente non arrivano neanche a mezzo, quando il mio cellulare tre giorni fa ha squillato. Erano le undici di sera passate: “Dotto’ c’ho un problema, ho intruppato co’ la macchina: ‘na botta! Giu’ dopo er Verano, hai presente?” Mbè ero senza assicurazione, so’ sei mesi che nun la pago!”
Io: “Spero che finalmente ti abbiano sequestrato il mezzo. E’ un reato penale. Sei un pericolo pubblico”. Lui: “Sta bbono dotto’. Adesso te racconto. Insomma, io jo dato giusto ‘na bottarella a questo co ‘sto machinone, come se dice un suv. Se apre lo sportello e scenne un colosso in canotta nera nera e ciavatte, co’ un tatuaggio sur braccio co’ scritto “Non perdono e non dimentico”. Ho pensato: adesso me svita la capoccia. Allora me butto in avanti e je dico” A Fra’, so’ momenti brutti, c’ho er titolo assicurativo che è un attimo scaduto ma domani lo rinnovo e sistemamo tutto. Che me denunci?” Questo allora me guarda, io penso: adesso imbruttisce e me gonfia. Invece allarga un sorriso che je se vedono i molari e me fa” A bello, m’hai fatto prenne un corpo, chissà che me credevo!!! Allora stamo apposto tutti e due. Perché er mio de titolo è scaduto da du’ anni”.
Patrizio J. Macci
