Un meriggio di quelli piovosi da tregenda che Dio la manda, come accade a Roma quando sembra di stare in Amazzonia. Sei in giro per verificare se una fabbrichetta che stava sulla Tiburtina esiste ancora, perché lì lavorava una persona che potrebbe raccontarti “una storia”. Solo che il tracciato della metropolitana non c’era sulla mappa che ti ha disegnato il Sor Guido, e a un certo punto ti ritrovi come Alice nel paese delle Meraviglie; qualcuno ti ha spazzato via il sentiero da sotto i piedi. La pioggia aumenta e neanche l’impermeabile la ferma più, anche perché c’è una certa soddisfazione da parte dei goccioloni romani a bucare un tessuto inglese. Anche il baretto che avvisto incastrato sotto un mozzicone di cavalcavia si è perso. Un urbanista maldestro ha tracciato una riga di troppo, ed è sparito dietro le quinte del fondale urbano.
Una lampadina a incandescenza tremolante dietro la cassa emana una luce giallognola che oltrepassa il vetro della porta. E’ opaco per non aver conosciuto uno straccio da mesi. L’arredamento del locale, la segatura gettata per terra, il bancone zincato Anni Settanta è come se il luogo fosse rimasto immobile nel tempo, consegnato alla polvere del tempo. Chiedo un caffè e mi siedo nell’unico tavolo disponibile. Un tizio intabarrato in un pastrano legge da una bacheca di legno annunci di corse dei cavalli.
Una parte del bancone è un ponte mobile, si alza e si chiude per permettere il passaggio verso quello che penso sia un gabinetto. E invece no, lucido fiammante – e ipotizzo supertecnologico -, il w. c. è in un minuscolo box all’esterno. Un vociare proviene da dietro la porta, si discute di prezzi, afferro qualche parola come “lo devi fare più puro”, “ha un effetto migliore”. Vedo entrare due persone con facce da gaglioffi, uno nasconde sotto il giaccone un contenitore.
Penso di essere capitato in una raffineria clandestina di chissà quale droga o commercio: scommesse, film copiati, software o chissà che altro. Ci pensa un ragazzo brufoloso con un maglione a dolce vita che non vedevo dai tempi di Fantomas a cavarmi di impaccio. Si avvicina con fare furtivo, spalanca la porta e fa entrare un tipetto tarchiato che armeggia con una busta di carta. Estrae alcune boccette di quelle che si usano per i succhi di frutta colme di liquido biancastro. Continuo a non capire, penso a una droga sintetica, oppure a una sostanza per stimolare improbabili rapporti sessuali.
Mi indica la sua mercanzia, la scuote davanti al viso ed esclama:”Dotto’, è roba buona. Fatta in casa, senza additivi chimici. Tutto naturale. Lei se ne prende un campione lo prova e poi vedrà che se ne porta via due litri il giorno dopo. Il risparmio è garantito e la moglie è soddisfatta. Due litri a un euro. Va che è una forza. Lo prenda pure lei Dotto’, il sapone per lavatrice fatto in casa di Agustarello”.
Patrizio J. Macci

