A volte basta una colonna sonora per raccontare più di un intero programma politico. È quanto accaduto di recente a Roma durante la convention di Futuro Nazionale, il movimento guidato dall’ex generale Roberto Vannacci. Tra gli interventi, gli slogan e le parole d’ordine della giornata, a catturare l’attenzione è stata soprattutto una scelta musicale: dagli altoparlanti è infatti risuonata Futura, uno dei brani più celebri e amati di Lucio Dalla.
Una decisione che ha immediatamente acceso commenti e ironie sui social. Il motivo è semplice. Futura non è una canzone qualsiasi. È un racconto poetico nato alla fine degli anni Settanta davanti al Muro di Berlino, simbolo per eccellenza della separazione tra popoli, ideologie e mondi contrapposti. Dalla immaginò invece l’esatto contrario: due giovani che si incontrano nonostante le divisioni imposte dalla storia e sognano una figlia chiamata proprio Futura, emblema di un domani libero dai confini.
Il paradosso che fa discutere
È qui che nasce il cortocircuito. Da una parte una canzone che celebra il superamento delle frontiere culturali e politiche. Dall’altra un movimento che ha costruito gran parte della propria comunicazione pubblica su temi identitari, sicurezza, sovranità e difesa dei confini. Nessuno può ovviamente rivendicare la proprietà ideologica di una canzone. La musica appartiene a tutti. Ma tra utilizzare un brano e condividerne il significato esiste una differenza sostanziale. E proprio questa distanza ha alimentato le reazioni più sarcastiche. Per molti osservatori l’effetto è stato quasi surreale: un inno alla caduta dei muri utilizzato come accompagnamento in un contesto politico spesso associato all’idea opposta. Una contraddizione che non è passata inosservata e che ha finito per rubare la scena agli stessi contenuti della convention.
Di fianco a Phil Collins, senza rivolgersi la parola
Dalla compose il brano nel 1979 a Berlino, seduto nei pressi del Checkpoint Charlie, il simbolo della separazione tra Est e Ovest. In quel luogo che rappresentava la frattura del mondo, il cantautore immaginò invece l’incontro, l’amore e una figlia simbolicamente chiamata Futura, nata dall’unione di due persone divise dalla storia ma unite dalla speranza.
Il cantautore bolognese racconta così la genesi del brano: «Il testo di Futura nacque come una sceneggiatura, poi divenuta canzone. La scrissi una volta che andai a Berlino. Non avevo mai visto il muro e mi feci portare da un taxi al Charlie Checkpoint, punto di passaggio tra Berlino Est e Berlino Ovest. Chiesi al tassista di aspettare qualche minuto. Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta. Poco dopo si fermò un altro taxi. Ne discese Phil Collins che si sedette nella panchina accanto alla mia e anche lui si mise a fumare una sigaretta. In quei giorni a Berlino c’era un concerto dei Genesis, che erano un mio mito. Tanto che mi venne la tentazione di avvicinarmi a Collins per conoscerlo, per dirgli che anch’io ero un musicista. Ma non volli spezzare la magia di quel momento. Rimanemmo mezz’ora in silenzio, ognuno per gli affari suoi. In quella mezz’ora scrissi il testo».
Lucio e l’ironia della storia
La forza delle grandi canzoni è anche questa: continuano a parlare, spesso indipendentemente da chi le utilizza. Futura conserva ancora oggi il suo messaggio di apertura, speranza e fiducia nel domani. Un messaggio nato in una Berlino spaccata in due e diventato, con il passare degli anni, un simbolo universale. Forse proprio per questo la scelta romana ha colpito così tanto. Perché, al di là delle intenzioni, ha riportato al centro il significato profondo di una delle pagine più intense della musica italiana.
E viene quasi da immaginare il buon Dalla osservare la scena con il suo sorriso sornione. Probabilmente non si sarebbe indignato. Più facilmente avrebbe preso nota dell’equivoco e lo avrebbe trasformato nell’ennesima canzone capace di raccontare le stranezze del nostro tempo. Perché, a volte, la realtà sa essere molto più ironica della satira, molto di più…

