Giornalista, conduttrice e inviata, Safiria Leccese ha costruito il suo percorso televisivo attraverso l’informazione, la cronaca e il racconto delle persone. Oggi è alla guida di Super Partes, in onda il sabato su Canale 5, alle 9.30 e la domenica su Rete 4, alle 7.30, a weekend alterni, oltre che su Mediaset Infinity. Il programma porta al centro del confronto i rappresentanti delle diverse forze politiche, lasciando al pubblico la possibilità di ascoltare posizioni e proposte e di costruire la propria opinione. Ma il filo conduttore del suo lavoro sembra essere soprattutto uno: mettere al centro l’altro. Un principio che Leccese considera fondamentale anche nella conduzione e nel modo di fare giornalismo. Un dialogo che restituisce il lato più personale di una giornalista abituata a raccontare il mondo, ma anche a interrogarsi sulle proprie esperienze, sui valori e sulle scelte che hanno segnato il suo percorso.

Nella conduzione c’è un modo per essere Super Partes?
La capacità di saper ascoltare gli altri è una grande attitudine. Poi c’è una volontà che va allenata: quella di provare, di volta in volta, a spogliarsi dei propri giudizi, dei pregiudizi e delle proprie esperienze, per mettersi davvero in ascolto dell’altro.
C’è una relazione tra successo, ricchezza e responsabilità? E’ difficile far convivere queste tre dimensioni?
Il mio secondo libro, La ricchezza del bene, racconta storie di imprenditori che, partiti da zero, hanno raggiunto il successo e la ricchezza. Qualcuno ha avuto la lungimiranza di capire che il benessere ha un senso solo se condiviso. Sono figure che hanno fatto grande il nostro Paese. Cito uno per tutti: Michele Ferrero. E non è un caso che abbia scelto di chiudere il libro con un non imprenditore, oggi santo: Carlo Acutis. Un uomo che, come San Francesco, ottocento anni fa, aveva intuito il profondo legame tra ricchezza, bene comune e amore, mostrando come il valore di ciò che possediamo dipenda anche dalla capacità di metterlo al servizio degli altri.
Nel mondo del lavoro e dell’impresa si parla molto di successo.
In televisione si misura anche attraverso i numeri: gli ascolti diventano un parametro fondamentale e, naturalmente, siamo coinvolti tutti in questa logica. Ma sul piano personale, per me, significa “vivere una vita che ci somiglia”. Mi capita spesso di riflettere sul fatto che, dopo la salute, sia un privilegio enorme alzarsi ogni mattina e poter fare qualcosa che ami davvero, anche dopo tanti anni. Credo profondamente negli affetti, nelle relazioni e nelle persone, che considero la nostra più grande ricchezza.
Super Partes nasce in un momento in cui la società sembra sempre più divisa. È possibile raccontare le persone e le loro storie mettendo da parte gli schieramenti?
Nella formula del programma, più che mettere da parte le diverse posizioni, queste sono molto chiare. Tutto è pulito, limpido, ordinato nelle intenzioni. Ciascun esponente politico interviene in quanto rappresentante di un partito e, in ogni puntata, trovano spazio tutte le forze politiche. E questo non è poco. Il telespettatore deve poter ascoltare, confrontare e farsi una propria idea, comprendendo che cosa pensa ciascuno su un determinato argomento.
Il nome del programma richiama l’idea di uno sguardo libero dai condizionamenti.
Non voglio essere troppo diplomatica. Penso che tutto dipenda da come un giornalista sceglie di vivere il proprio mestiere. Personalmente, lo considero un servizio. Sono stata avvantaggiata dall’aver fatto l’inviata in Italia e all’estero e dall’aver condotto una prima serata dedicata ai temi della fede. Tutte esperienze che mi hanno portato a guardare la politica in modo concreto, per le conseguenze che le decisioni hanno sulla vita delle persone. Se affronto, per esempio, il tema dei giovani e del loro bisogno di ascolto, invito politici che abbiamo proposte di legge o idee concrete sulla scuola, sulla prevenzione dei suicidi e sui percorsi per contrastare le dipendenze tra i ragazzi.

Nel sua carriera ha incontrato e dato voce a persone, imprese e realtà molto diverse. Ricorda una storia che le ha cambiato il modo di guardare il mondo?
C’è ne sono diverse . Ma, se devo indicarne una, penso a Giovanni Paolo II. Ho raccontato in diretta la fase finale della sua malattia e la sua morte e, successivamente, ho condotto in mondovisione la Veglia per la sua beatificazione. Sono stati momenti professionali di enorme intensità, che hanno coinciso con una fase di profonda trasformazione professionale. Quelle esperienze mi hanno permesso di incontrare persone che gli erano state molto vicine e che hanno saputo restituirmene un’immagine intima, lontana da quella pubblica che tutti conoscevano. Attraverso i loro racconti ho scoperto un uomo ancora più profondo e complesso. Queste relazioni hanno cambiato il mio modo di guardare le persone, la fede e, in qualche modo, anche la vita. Non sono stata più la donna di prima.
Il successo e il fallimento sono due facce della stessa medaglia?
Ho capito che quando fai qualcosa con il massimo impegno, con buona fede e dedizione, non esiste la parola sconfitta. Esiste, semmai, un passaggio attraverso il quale puoi modificare la rotta. Ho trovato la luce negli occhi di chi ha compreso che questa vita è una grande festa. Perché non abbiamo meritato di venire al mondo: ci è stato donato. E allora, dov’è il fallimento? Le uniche anime davvero disperate, davanti alle quali mi sono sentita impotente, sono i genitori che hanno perso un figlio.


