Lo sfratto, il lavoro che giorno dopo giorno se ne va, i rapporti personali che non reggono e mandano in frantumi anche la solidarietà familiare. Finché, all’improvviso, ci si trova a fare fagotto delle cose più care e a rifugiarsi dentro l’automobile, l’ultimo disperato tetto. Ormai è un paradigma della crisi, un percorso verso l’inferno nel quale è precipitato anche Gianfranco S., 50enne che fino a due anni fa viveva agevolmente con il suo lavoro di massaggiatore shiatsu.

Da undici mesi vive a La Storta all’interno della sua auto, sullo stradone che costeggia il primo tratto della Braccianese all’incrocio con la Cassia, davanti a quella che una volta era la sua casa. Con lui c’è anche la madre, una donna di 83 anni con seri problemi di salute. Qualcuno porta loro da mangiare, la Caritas della parrocchia si prodiga e fa quel che può. I titolari delle vicine officine meccaniche, che lo conoscono bene, gli mettono a disposizione il bagno per lavarsi e cambiarsi. “Vivevo con mia madre e mia sorella in una di queste case del comprensorio Inpgi, dove avevo anche il mio studio di lavoro – racconta Gianfranco – Si viveva normalmente, finché non abbiamo avuto un contenzioso con la proprietà riguardo a chi spettasse pagare alcuni lavori nella casa, e nel 2009 dopo una battaglia di carte bollate siamo stati sfrattati con la forza pubblica dalla sera al mattino”.
Insieme alle due donne Gianfranco si trova così costretto a cercare aiuto, prima dalla compagna, poi da un’altra sorella, ma senza un posto dove lavorare i soldi finiscono presto, le convivenze si rivelano problematiche, mentre la sorella viene colpita un ictus che la rende invalida. “Cacciati dall’altra sorella, non ci è rimasto altro che rifugiarsi dentro l’ultimo riparo, la macchina”, continua mostrando l’auto, una grossa Chrysler che qualche anno fa poteva permettersi di comprare, ma che oggi dice di non poter rivendere, se non a una cifra irrisoria, perché ipotecata. “Sta tutto qui dentro – indica Gianfranco – e fra poco sarà un anno interno che io e mia madre viviamo in auto. Prima davanti al supermercato Sma, poi da qualche mese qui. Non possiamo andare avanti cosi’, non ce la facciamo più”.
“Abbiamo anche scritto anche al sindaco Marino – prosegue e i servizi sociali, a luglio, effettivamente ci hanno contattato proponendoci di andare in una struttura d’accoglienza a Lunghezza. Il problema e’ che saremmo stati separati, ma io mia madre non la posso lasciare da sola”. “Non posso andare in un dormitorio lontana da mio figlio – dice Renata, l’anziana madre – Se mi mandano li’ prendo insieme tutte le mie medicine per il cuore e mi ammazzo”.
Già qualche mese che il caso e’ trattato dai servizi sociali del Municipio XV, che pero’ precisa: “A quanto mi risulta – dice l’assessore del Municipio XV, Michela Ottavi – gli è stata offerta una sistemazione in una struttura a Lunghezza, eccezionalmente anche consentendogli di stare insieme, ma non ne vogliono sapere. Purtroppo per esperienza sappiamo che in casi come questo spesso sono le stesse persone in difficoltà ad ostacolare, per pudore od orgoglio, gli interventi dei servizi sociali. Comunque non li vogliamo e non li possiamo abbandonare e continuiamo a lavorare per trovare una soluzione”. Intanto i giorni continuano a passare e il freddo si avvicina. “A noi serve solo un tetto per ricominciare – conclude Gianfranco – due stanze per rimettere in ordine le nostre cose, ricominciare a lavorare e a vivere normalmente e prenderci cura di mia sorella malata”.

