Addio al regista che sfidò la censura, inventò linguaggi e anticipò la rivoluzione culturale del Sessantotto. Ma per molti resterà soltanto quello delle attrici svestite
C’è qualcosa di malinconico, e persino di irritante, nel modo in cui l’Italia saluta Tinto Brass, morto a Roma il 4 novembre a 93 anni. Il cinema perde un autore colto, anarchico, sperimentale, capace di smontare la grammatica delle immagini quando molti suoi colleghi stavano ancora imparando a coniugare il campo e controcampo. Ma il Paese lo ricorda soprattutto per le natiche di Serena Grandi, le grazie di Claudia Koll e le fantasie voyeuristiche di La chiave.
Una carriera straordinaria liquidata con un’inquadratura dal basso. Possibilmente sul fondoschiena.
Non è questione di rivalutare un regista per dovere necrologico. È piuttosto il fastidio di vedere una delle personalità più irregolari del nostro cinema ridotta a una caricatura da pruriginosa televisione notturna. Come se Brass fosse nato artisticamente nel 1983, con Stefania Sandrelli che, sorprendentemente, si spogliava davanti alla macchina da presa.
Prima dei corpi c’erano le idee. E un cinema avanti di vent’anni
Giovanni Brass, milanese di nascita e veneziano nell’anima, si era formato nella Parigi della Cinémathèque di Henri Langlois, respirando le inquietudini della Nouvelle Vague. Aveva collaborato con Roberto Rossellini e Joris Ivens, assorbendo una concezione del cinema lontanissima dalla rassicurante narrazione tradizionale.
Già nel 1963, con Chi lavora è perduto, prendeva a schiaffi il conformismo piccolo-borghese, l’etica produttivistica e le convenzioni sociali. Un esordio corrosivo, politicamente insolente, formalmente libero.
Poi arrivarono Il disco volante, satira fantascientifica con Alberto Sordi, il western anomalo Yankee e soprattutto Col cuore in gola, nel quale il thriller si frantumava in un delirio pop di colori, montaggio, fumetto e suggestioni psichedeliche. Con la collaborazione grafica di Guido Crepax, Brass contaminava i linguaggi quando la parola multimedialità non era ancora diventata una formula da convegno.
E non si dimentichi Ça ira, straordinario esperimento di montaggio documentario sulla violenza e sulle rivoluzioni del Novecento. Qui il montaggio non era semplicemente una tecnica: era pensiero politico, collisione dialettica tra immagini, quasi una dichiarazione d’amore al cinema di Ejzenštejn.
Un anarchico autentico, non un provocatore da salotto
Con L’urlo, Nerosubianco, Dropout e La vacanza, Brass attraversava il Sessantotto senza trasformarlo in una cartolina ideologica. Il suo era un cinema febbrile, antiautoritario, spesso sgradevole, volutamente eccessivo.
La libertà non era uno slogan da pronunciare davanti ai giornalisti, ma un principio da applicare alla struttura stessa del film: salti narrativi, rotture del montaggio classico, contaminazioni tra generi, aggressioni alla rispettabilità borghese. Non tutto funzionava, naturalmente. Alcuni esperimenti erano diseguali, altri compiaciuti. Ma era cinema che rischiava davvero, non quello che oggi viene definito coraggioso perché un attore rinuncia al trucco o una sceneggiatura contiene tre parolacce.
L’erotismo, il successo e quella comoda condanna all’oblio
Poi arrivarono Salon Kitty, Caligola e, soprattutto, La chiave. Il corpo diventò il centro della rappresentazione, il desiderio una macchina narrativa, lo sguardo voyeuristico una vera ossessione stilistica. Anche il Brass erotico, almeno nelle opere migliori, conservava un gusto preciso per la composizione, il grandangolo, la deformazione prospettica, il movimento di macchina e la sensualità degli ambienti.
Certo, con il tempo arrivarono anche la ripetizione, l’autocitazione e una certa prevedibilità commerciale. Sarebbe ridicolo negarlo. Ma è altrettanto ridicolo cancellare vent’anni di ricerca cinematografica perché il pubblico preferisce ricordare un paio di mutandine.
E qui affiora l’amarezza. Perché l’Italia, che spesso celebra i propri artisti soltanto dopo averli resi innocui, con Brass ha fatto qualcosa di peggio: ha conservato la provocazione e dimenticato il pensiero che l’aveva generata.
Il restauro di Col cuore in gola, presentato a Venezia nel 2026, ha rappresentato un tardivo ma importante riconoscimento del suo cinema più sperimentale. Forse bisognerebbe ripartire proprio da lì. Rivedere quei film, studiarne il montaggio, riconoscerne le intuizioni, discuterne gli errori. Restituire a Brass la complessità che merita, senza santificarlo e senza ridurlo a una barzelletta erotica.
Il vero scandalo di Tinto Brass non è mai stato mostrare una donna nuda. È stato immaginare un cinema senza vestiti addosso, libero dalle convenzioni, dalla censura e persino dal buon gusto. Peccato solo che in molti, mentre lui faceva la rivoluzione, fossero troppo occupati a guardare altrove.
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