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Di Alberto Foà

Silvio Berlusconi conferma Allegri. Quasi suo malgrado (pressoché costretto dai tifosi, convinto da Galliani e dall’assenza di plausibili ingaggi a buon mercato), comunque lo conferma.
Bene, per il tecnico, che in effetti con la squadra che si aveva (e attenzione, al momento si ritrova ancora) ha fatto fin troppo, ma bene fino a un certo punto, anzi quasi male, perché anche ammesso che dal punto di vista monetario abbia avuto la sua brava e legittima convenienza, di sicuro avrà ancora meno autonomia nelle scelte e nell’impostazione del gioco.
In più, cioè in meno, la “volubilità” del presidente – e soprattutto il suo “arraparsi” per l’idea Seedorf, probabilmente più festaiolo e di sicuro meno livornese – fanno della panchina del mister un traballante mistero a tempo, perché alle prime difficoltà vedremo dove andranno a finire “la fiducia e la reciproca stima” del comunicato di ieri notte.
Il punto, per il Milan e i milanisti non è però tanto quello, cioè chi, cosa o come Berlusconi volesse come allenatore del Milan ma cosa, lo stesso Berlusconi, voglia fare del Milan e, soprattutto, per il Milan.
E qui, paradossalmente, la riconferma di Allegri, potrebbe essere indizio, se non di “rassegnato” e “progressivo” distacco, quanto meno – cioè più – di un temporaneo appagamento in stile “tiremm innanz” o “chi si accontenta gode” perché, dati alla mano, quando Silvio intende davvero rilanciare qualcosa di solito, anche dove magari non ci sarebbe da cambiare granché, da bravo comunicatore qual è, cambia di tutto e di più.

Del resto, il Milan, fosse per Piersilvio e Marina, non sarebbe più – anzi non lo è mai stato – un asset strategico e se invece è ancora tra i gioielli (costano, non come le donne, i motori, le lacrime e, aggiungerei, i cavalli) di casa lo si deve essenzialmente a tre fattori: l’innamoramento di Barbara per Pato – ma punto primo gli innamoramenti non sempre mutano in amori eterni e punto secondo Pato in questo momento non gioca nel Milan – il grado di consenso popolare, in immagine e anche in termini di voti, che un successo piuttosto che un semplice acquisto può ancora addurre la presidenza di un club come quello rossonero e, dulcis in fundo, il fatto che gli arabi se lo prenderebbero pure, il Milan, ma Berlusconi (e Galliani, da bravo ex “antennista”) glielo cederebbe solo se insieme alla squadra si prendessero pure un bel po’ di azioni Mediaset, cosa che invece di questi tempi sembra più difficile da piazzare che far vincere la classifica dei cannonieri a Robinho.
Comunque, cosa la società voglia fare del Milan e per il Milan, si vedrà in sede di campagna acquisti. E prima ancora di cessioni. Perché la riconferma di Allegri potrebbe anche essere una scusa per vendere El Shaarawy e imputarla alle scelte del tecnico. Che poi, tutte del tecnico, non saranno e questo non lo dico io ma è sancito nero su bianco dallo stesso comunicato di “fiducia e reciproca stima” dove è scritto che prima di firmare l’accordo (che poi il contratto era già in essere, quindi, semmai, prima di non stracciare il contratto) si è discusso di “che gioco il Milan dovrà adottare da qui in avanti”.  Contenti loro…

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