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Como che magia, chi è Cesc Fàbregas: l’Harry Potter che ha trasformato il sogno Champions in realtà

Il Como vola in Champions League con Cesc Fàbregas. Da Arsenal, Barcellona e Chelsea alla panchina lariana, il tecnico dell’impresa

Como che magia, chi è Cesc Fàbregas: l’Harry Potter che ha trasformato il sogno Champions in realtà
Cesc Fabregas

Il Como è in Champions League e il nome che riassume meglio il miracolo lariano è quello di Cesc Fàbregas. Ex centrocampista di Arsenal, Barcellona, Chelsea e della nazionale spagnola, il tecnico catalano ha trasformato il club in una squadra moderna, coraggiosa e internazionale. Un po’ Guardiola, un po’ Wenger, un po’ Conte. Molto Cesc Fàbregas.

Dalla Masia alla panchina del Como: il laboratorio sul lago dove Cesc costruisce il futuro

Il Como in Champions League ha il volto elegante e ostinato di Cesc Fàbregas. Ex centrocampista di Arsenal, Barcellona, Chelsea e Spagna, oggi è l’allenatore che ha trasformato il sogno lariano in una realtà. Un po’ stratega, un po’ professore, un po’ l’Harry Potter del lago. Con una bacchetta diversa: idee, coraggio e una squadra che ormai gioca a memoria e con la consapevolezza di una big.

Fàbregas è nato ad Arenys de Mar, vicino Barcellona, il 4 maggio 1987. Cesc, in Catalogna, è il diminutivo di Francesco. Da bambino entra nella cantera del Barcellona, cresce alla Masia e diventa presto uno dei talenti più preziosi del calcio spagnolo. Il padre lo spinge a studiare, la madre lo vuole “prima dottore e poi calciatore”. Lui, intanto, impara a vedere il campo prima degli altri.

Il primo grande strappo arriva a 16 anni. Lascia il Barcellona e vola all’Arsenal, dove Arsène Wenger lo prende, lo protegge e lo lancia. A 17 anni è già titolare nei Gunners. A Londra resta per otto stagioni, diventa regista, capitano, uomo-franchigia. Non riuscirà a vincere la Premier, ma costruisce la sua identità: tecnica, geometria, responsabilità.

Poi arriva il ritorno al Barcellona. Guardiola lo riporta a casa, nel club in cui era cresciuto e dove a centrocampo regnavano Xavi e Iniesta. Fàbregas entra dentro il laboratorio del tiki-taka, assorbe principi, spazi, tempi di gioco. Non è una parentesi qualunque. È un master a cielo aperto. In blaugrana Fàbregas vince un Mondiale per club, una Liga, una Coppa del Re, due Supercoppe di Spagna e una Supercoppa europea.

Nel 2014 passa al Chelsea per 33 milioni di euro e incontra José Mourinho. Con lui vince Premier League e League Cup. Di quello Special One conserverà soprattutto la gestione mentale del gruppo. Poi arriva Antonio Conte, che inizialmente lo mette in discussione. Fàbregas reagisce, si prende il posto e impara un’altra lezione: il lavoro quotidiano può ribaltare anche le gerarchie più dure.

Con la Spagna vive il periodo d’oro della nazionale. Vince gli Europei del 2008 e del 2012, ma soprattutto il Mondiale del 2010 in Sudafrica. In finale contro l’Olanda è suo l’assist per il gol di Iniesta. Anche lì c’è già il futuro allenatore: leggere la giocata, vedere prima lo spazio, mettere gli altri nella migliore condizione per agire.

Dopo il Chelsea arriva il Monaco, ultima grande tappa europea prima dell’Italia. In Francia Fàbregas gioca meno, frenato anche dal fisico e dagli anni di battaglie ad altissimo livello, ma continua a ragionare sempre più da allenatore in campo. Studia, osserva, accumula idee. Dopo Monaco, arriva il Como. Prima da calciatore, poi da uomo dentro al progetto. Il club degli Hartono, preso nel 2019 quando era in Serie C, diventa il suo laboratorio. Dennis Wise lo convince a sposare la causa lariana non solo come giocatore, ma anche come figura centrale del nuovo corso. Cesc smette di giocare, resta sul lago e comincia a costruire.

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All’inizio c’è anche il tema del patentino e della guida tecnica formalmente affiancata da Osian Roberts. Poi Fàbregas diventa sempre più il volto del progetto. La sua idea prende forma: controllo del gioco, costruzione dal basso, occupazione razionale degli spazi, ma senza trasformare i calciatori in esecutori senz’anima. “Non amo il giocatore robot, anche perché il calciatore, anche quello giovane e meno esperto, ti osserva, ti analizza. Io do tutte le informazioni necessarie ai miei calciatori, ma poi loro, da soli, devono capire a trovare la giocata diversa che è poi la migliore”.

Il Como di Fàbregas vive proprio su questo equilibrio. Regole e fantasia. Struttura e talento. Il portiere che imposta, i centrocampisti che guidano la manovra, gli uomini di qualità chiamati a scegliere negli ultimi metri. Fàbregas ha imparato presto quanto sia complicato giocare contro squadre che vengono a prenderti alto, uomo contro uomo, togliendo tempo e respiro. Quel tipo di calcio ha completato la sua formazione. Guardiola gli ha lasciato il culto del controllo, Wenger la fiducia nel talento, Mourinho la gestione della testa, Conte la durezza competitiva.

Il risultato è un allenatore giovane, appena 38 anni, ma già con un’esperienza fuori scala. Ha giocato in Inghilterra, Spagna, Francia e Italia. Ha vissuto spogliatoi prestigiosi, finali, pressioni, trionfi e cadute. Ora prova a trasferire tutto in panchina, prendendo un po da tutti i suoi maestri ma senza copiare nessuno fino in fondo.

Il Como gli ha regalato il contesto perfetto. Una proprietà ricchissima, una città diventata brand globale, un progetto tecnico ambizioso, la libertà di costruire qualcosa di nuovo. Il lago, i vip, gli investitori internazionali e il fascino glamour sono la cornice del progetto sportivo. Ma il campo resta il centro nevralgico. E lì Fàbregas ha fatto la differenza.

La qualificazione in Champions League è il sogno che certifica la bontà del lavoro del tecnico catalano. Il Como non è più soltanto la favola di provincia con i miliardi alle spalle. È una squadra che ha trovato identità, gioco e un allenatore capace di darle forma.

La magia è compiuta. Come recita la frase delle magliette celebrative indossate dopo l’impresa: “Como si dice Champions”

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