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Italia, caos nel calcio: ma come hanno fatto le altre nazioni a ripartire? Ecco gli esempi

Vivai, investimenti, impianti e regole. Mentre il sistema azzurro arranca, tre modelli mostrano da anni come si riparte davvero

Italia, caos nel calcio: ma come hanno fatto le altre nazioni a ripartire? Ecco gli esempi
Lamine Yamal Spagna (Foto Ipa)

Dalle accademie inglesi alla svolta tedesca: il ritardo italiano passa da strutture, tecnici e visione

“Siete rimasti agli anni 1990: la mia Germania è rinata grazie alle accademie per i giovani e investimenti sugli allenatori”, queste le ultime dichiarazioni dell’ex Milan Bierhoff alla Gazzetta dello Sport. Mentre Ceferin, presidente Uefa, ha accusato il sistema calcistico italiano di “avere tra le peggiori infrastrutture d’Europa. Se non migliorerete gli impianti, Euro 2032 non si svolgerà in Italia”. Basti pensare agli stadi che vengono offerti anche da piccole società di Serie A, non all’altezza chiaramente della massima competizione italiana.

La differenza con gli altri modelli strategici e gli altri impianti all’estero è evidente e, infatti, ad oggi il nostro campionato viene dopo la Premier League, Liga e forse anche Bundesliga e Ligue 1.

Inghilterra – Gli anglosassoni hanno introdotto dal lontano 2012 – quindi ancor prima dell’ultima apparizione italiana al Mondiale – l’Elite player performance plan: si tratta di un modello strategico che mira a crescere professionalmente i giocatori locali. Due esempi chiarissimi sono Declan Rice, esploso nel West Ham e adesso all’Arsenal in corsa per il Treble, e Nico O’Reilly che è stato lanciato da Pep Guardiola nel Manchester City ed è titolare fisso in rosa, complice anche la sua duttilità. Ha appena alzato la Carabao Cup in uno stadio come Wembley, decisivo con una doppietta. Naturalmente i due si giocano la Premier League testa a testa.

Ma i criteri del progetto sopra-citato categorizza le accademie inglesi su 4 livelli promuovendo standard elevati e garantendo lo sviluppo dei più giovani, in modo che possano testare sin da subito ciò che li tocca in prima squadra, quando arriveranno già formati.

La Premier League, ad ogni modo, dà un suo grosso contributo con finanziamenti per sostenere lo sviluppo di queste accademie: non potrebbe essere altrimenti, visti gli altri introiti generati e gli enormi ricavi dai diritti tv, essendo il campionato più attraente e appariscente al mondo con almeno 5 “sorelle” che ogni anno si contendono il titolo.

Il numero è incredibile: dal 2012, anno di lancio, questo modello ha investito più di 1 miliardo e mezzo nelle accademie, aumentando di conseguenza anche il numero di allenatori.

Un altro aspetto di fondamentale è la cura dello studio: tutti i calciatori delle 4 categorie devono avere il diploma, e questo cozza con tante situazioni del nostro calcio dove gli atleti professionisti delle varie squadre spesso si lasciano andare ad atteggiamenti poco professionali.

Infine, se il ritiro della nostra nazionale è a Coverciano, i vertici inglesi hanno fissato il luogo di St George’s per formare gli allenatori, i quali possono tranquillamente focalizzarsi nel produrre giocatori pronti senza pensare ad altro, in quanto lo stipendio percepito lo permette.

Spagna – Campione d’Europa 2024 e produzione continua di talenti. Lamine Yamal, Nico Williams, Dani Olmo, Fermin Lopez, Ferran Torres, Pedri e Gavi, e chi più ne ha più ne metta. Praticamente abbiamo citato metà titolari del Barcellona. La Spagna, una tra le candidate al titolo Mondiale, da anni sforna talenti a ripetizione ma non è un caso. La cantera dei blaugrana ma anche tra Real e Atletico, è da sempre fonte cristallina e, infatti, la Roja fa paura. Eppure, gli iberici non dispongono di grandi corrispettivi in denaro, motivo per cui prediligono anch’essi sin da subito la formazione e i talenti locali nelle rose. Un “circolo vizioso” che si ripete di anno in anno grazie anche all’organizzazione di alcuni tornei internazionali fin dai giovanissimi per testare i ragazzi sul campo.

Infatti, i nomi “ultimi arrivati” che promettono di esplodere come generazione attuale e futura ci sono già: da Pau Cubarsì a Gerard Martin, fino ad arrivare a Dro Fernandez e Victor Munoz dell’Osasuna. La società di Pamplona, dato che fa riflettere, ha solo 3 stranieri in rosa e ogni weekend punta su Munoz. Ma non c’è da stupirsi: gli U19, tutti di altissimo livello, possono sfruttare la cosiddetta divisiòn de honor per mettersi in luce e farsi notare.

Insomma, gli spagnoli mirano prima di tutto al proprio vivaio che sforna grandi talenti locali, e si rivolgono agli stranieri solo se effettivamente portano un exploit tangibile alle squadre.

Bundesliga – Le parole di Bierhoff all’inizio sono chiare di come il movimento tedesco si sia rivoluzionato nei primi anni 2000.

Come spesso accade, l’innovazione parte da cocenti delusioni. E, infatti, l’eliminazione ai gironi di Euro 2000 e 2004 sono serviti per fare i dovuti passi in avanti. Partendo dal basso, adeguando le accademie giovanili con strutture all’altezza di far crescere i giovani e far maturare tutti i talenti. Ci sono, poi, delle regole ferree che se non rispettate dai club portano non solo a multe pesanti ma anche il rischio di perdere la licenza per giocare in modo professionale (banalmente).

L’obiettivo dichiarato ad inizio secolo dai tedeschi è avere accademie per i giovani in ogni regione della Germania, così da favorire ogni paese.

In queste strutture, poi, sono state introdotte i classici macchinari spara-palloni per migliorare la tecnica di base: da qui è uscita gente locale come le leggende Reus, Kroos e Gotze ma sono arrivati anche coloro che possiedono la doppia cittadinanza. Gli attuali campioni sono Jamal Musiala e Lennart Karl, che ha devastato la difesa dell’Atalanta agli ottavi di Champions League.

I nomi dei tecnici tedeschi, poi si sprecano: Klopp il migliore fra tutti ma anche Tuchel, Hansi Flick e Nagelsmann si sono imposti nel calcio mondiale.

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