Il commento
Alla fine è tornato Roberto Mancini alla guida della nazionale di calcio. Non è in discussione il valore dell’allenatore. Sarebbe persino offensivo sostenerlo. Ha vinto uno storico Europeo, ha allenato ad altissimi livelli e possiede un curriculum che pochi possono esibire. Quando fu scelto per guidare la Nazionale, il vero mandato non era vincere un Europeo del 2001, quello fu un capolavoro sportivo, forse inatteso, costruito in un momento particolare, con un gruppo che trovò un’alchimia irripetibile. Il vero obiettivo era riportare l’Italia ai Mondiali, ma quell’obiettivo fallì. Come se non bastasse, pochi mesi dopo arrivò l’addio improvviso, seguito dalla scelta di accettare la ricchissima proposta dell’Arabia Saudita. Una decisione legittima, naturalmente, ma che lasciò l’impressione di una storia interrotta nel momento più delicato. Eppure eccoci qui. Si ricomincia. Negli ultimi mesi abbiamo sentito parlare fino allo sfinimento di rinnovamento, di nuove idee, di una nuova governance, di una nuova cultura sportiva. Poi, però, quando si è trattato di scegliere davvero, il coraggio è evaporato. È accaduto con la guida della FIGC al signor Malagó, accade oggi con la Nazionale.
È un curioso vizio italiano. Provate a immaginare una grande azienda quotata. Un amministratore delegato non raggiunge gli obiettivi per cui era stato assunto. Gli azionisti registrano il fallimento, lui lascia l’incarico e dopo qualche anno viene richiamato come se nulla fosse accaduto. Qualcuno lo considererebbe normale? Nel calcio, invece, tutto sembra possibile. Perché il calcio italiano, sempre più spesso, finisce per assomigliare alla politica. Entrambi parlano continuamente di cambiamento, celebrano la meritocrazia, promettono discontinuità. Poi, al momento decisivo, restano al punto di partenza.
Fa sorridere pensare che si sia discusso per settimane dell’opportunità di affidare incarichi a figure considerate troppo legate al passato e che, alla fine, la soluzione sia stata proprio quella di tornare al passato. Nel frattempo sono stati scartati altri profili per ragioni diverse, comprese valutazioni sulle loro recenti esperienza professionale, parliamo del caso Pirlo. Ma allora la domanda resta: davvero non esisteva un allenatore di qualità che non portasse con sé né il peso di un fallimento sportivo così rilevante né scelte recenti destinate a dividere l’opinione pubblica? Oppure, più semplicemente, in Italia il problema non è trovare persone nuove, ma avere il coraggio di sceglierle. Se il calcio è davvero lo specchio del Paese, allora questa vicenda racconta molto più di una semplice panchina. Racconta un Paese che continua a confondere l’esperienza con l’abitudine, la competenza con l’irrinunciabilità, il rinnovamento con il riciclo. Infine, solidarietà al povero Ranieri, nominato Direttore Tecnico, che da anni invoca i giardinetti…

