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Di Marco Scotti

Ci sono poche cose più milanesi (o, se preferite baüscia) di Massimo Moratti e della sua passione per l’Inter. È un affare di famiglia, tramandato di padre in figlio con gli intermezzi di Fraizzoli e Invernizzi a fare molto contorno. Una storia fatta di successi, tanti, specie per Angelo Moratti che con la “Grande Inter” si portò a casa due coppe dei campioni (già, allora si chiamavano ancora così) e due coppe intercontinentali consecutive. Massimo, dopo il suo insediamento nel 1995, ha impiegato undici anni a vincere uno scudetto e solo con un “aiutino” come quello del processo Calciopoli, che retrocesse la Juventus in Serie B e consegnò d’ufficio lo scudetto 2005-2006 all’Inter. Da allora, altri quattro scudetti, qualche coppa e il trionfo di Madrid in Champions League con Josè Mourinho in panchina. Poi, complice anche il ridimensionamento “post-Triplete”, un lento ritorno nelle retrovie del campionato di Serie A, fino al nono posto della stagione appena conclusa.

Ma il giocattolo Inter costa, un sacco di soldi. E, soprattutto, non rende quanto ci si potrebbe aspettare. Secondo le stime più recenti, Massimo Moratti ha investito nella sua squadra una cifra che si avvicina a 1,5 miliardi di euro. Mica male, no? Il problema drammatico è rappresentato dal rosso di bilancio che ogni anno viene registrato: dal 2003/2004 ad oggi sono circa 1,13 miliardi di euro, con punte di 206,8 milioni alla fine del 2007. Anche il bilancio 2012, seppur in modo più contenuto, ha segnato delle perdite: 70 milioni di euro. Numeri da spavento, se si pensa che altre società di Serie A, come il Napoli, riescono non solo a raggiungere un pareggio strutturale, ma anche a far guadagnare qualcosa al suo presidente Aurelio De Laurentis. Andando a spulciare la composizione societaria dell’Inter, ci si accorge che a furia di mettere mano al portafogli Massimo Moratti è rimasto da solo. Nel 2002 deteneva il 59,8% dell’Inter, nel 2012 era arrivato al 98%, a furia di chiedere soldi ai soci per ripianare le perdite. Ancora, altro problema dell’Inter: visto quanto costa, rende poco. Il valore della squadra milanese, infatti, viene stimata da Forbes di poco superiore ai 400 milioni. Lontana più di otto volte dal Real Madrid (3,3 miliardi), ma anche distante assai dal Milan (945 milioni). Si dice: è colpa dello stadio di proprietà (che non c’è); è colpa del merchandising (che manca); è colpa della pay tv che ha diminuito gli accessi allo stadio (ma ha fatto entrare nelle casse delle squadre si Serie A, e in special modo di Inter, Milan e Juve, una montagna di denaro).

L’Inter ha quindi tutte le caratteristiche di quelle aziende dal business maturo che devono cercare di riorientarsi per poter dare nuova linfa ai propri dipendenti (in questo caso, i calciatori) e redditività agli azionisti. E qui si arriva all’oggi, e all’ingresso in scena del miliardario indonesiano Thorir che vuole comprare la squadra, costruire uno stadio, investire sul mercato e cercare di ridare lo spirito perduto alla vecchia Inter. Le offerte di cui si è letto in questi giorni sono vere e lusinghiere: 280 milioni per l’80% dell’Inter, più altri 100 milioni per ripianare i debiti e investire sul mercato, senza contare la promessa di far partire subito il progetto “stadio di proprietà”. Vuol dire attribuire all’Inter, tra investimenti e aumenti di capitale, un valore attorno ai 450 milioni, superiore anche a quello stimato da Forbes. Thorir è un industriale che può contare su un impero e che ha già quote di maggioranze in squadre degli sport americani. Moratti vacilla ma, per ora, non molla. E gli interisti (come chi scrive) tremano: possibile che, nonostante la penuria di danaro fresco da investire sul mercato, Moratti non sia ancora persuaso che sia forse il caso di fare un passo indietro, abbandonando tra l’altro una gestione familiare che è stata onerosa e faticosa? Thorir potrebbe garantire un managerializzazione dell’Inter che, nel giro di qualche anno, potrebbe tornare a dire la sua sui palcoscenici europei, insidiando il predominio indiscusso di tedesche, inglesi e spagnole. Ma la milanesità di Moratti, che guarda con malcelato sospetto le mosse dell’indonesiano, rischia di diventare un ostacolo difficilmente sormontabile perfino per un imprenditore, come quello asiatico, abituato alle buriane del mercato ma non all’umoralità di un presidente innamorato. Moratti è disposto a offrire quote di minoranza (per ora un 30%), Thorir vuole l’80 subito e il 100% entro due anni. Chi la spunterà?

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