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Pantani: "Vogliono fermarmi. Non mi arrendo". L'intervista inedita

"Sono stato un po' lontano dal mondo della bicicletta perché come ben tutti sapete hanno fatto in modo che fosse così". Sono le parole di Marco Pantani in una video-intervista inedita che Affaritaliani.it pubblica. Un Pirata sereno e combattivo: "Non ho ancora voglia di smettere di correre perché mi sento di potere e volere decidere del mio futuro senza che lo faccia qualcuno per me". Raccontava quali erano le sue aspirazioni e prospettive: "Ci sono diverse possibilità. Però andando a vedere quali sono le mie aspirazioni, mi piacerebbe andare in un gruppo che faccia i grandi Giri e le corse di Coppa del Mondo importanti. In questo momento c'è qualcosa che sta maturando". E ribadiva: "Non ho ancora voglia di smettere". Di più: "C'è ancora l'entusiasmo, la voglia". Il fuoriclasse di Cesenatico giurava: "La cosa che mi rimane da fare è quella di non arrendermi o comunque di non uscire come vogliono i miei nemici".

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Intervista di Angelo Rizzo per Kr Entertainment

Le nuove ombre sulla morte di Marco Pantani - Marco Pantani non voleva morire. E tanto meno suicidarsi. Dopo le ultime rivelazioni di alcuni testimoni, tra i quali Renato Vallanzasca,che hanno portato alla riapertura delle indagini, spunta ora una videointervista inedita, rilasciata dal grande campione che mostra un Pantani con aspettative, progetti e desideri ben diversi e opposti rispetto al proprio futuro; tanta voglia di battersi, di tornare a primeggiare con la sua bici, di partecipare, e vincerle, alle grandi gare di bicicletta italane e internazionali.

Il corpo del grande ciclista, chiamato dai suoi milioni di tifosi il Pirata ­per via della bandana che soleva indossare durante le corse per poi togliersela quando era il momento di sferrare l’attacco decisivo in salita, lasciare sul posto gli avversari e arrivare in vetta alla montagna trionfatore ­giace sepolto dal 18 Febbraio 2004 nel cimitero di Cesenatico.

Sono trascorsi quindi più di dieci anni dalla la sua prematura scomparsa dovuta, secondo gli atti della Procura della Repubblica di Rimini, ad un suicidio per overdose di cocaina, ingerita per bocca. Ma il mistero sulle reali circostanze della sua morte, avvenuta il 14 Febbraio nella stanza 5D del residence Le Rose di Rimini, non è stato ancora disvelato. Nonostante negli atti conclusivi dell’attività investigativa svolta immediatamente dopo la morte sia scritto che si è trattato di suicidio per ingestione di grossi quantitativi di cocaina, la famiglia Pantani non si è mai data per vinta, ritenendo questa ricostruzione dei fatti lesiva dell’immagine di Marco e, supportata da inchieste giornalistiche e dal capillare lavoro dell’Avvocato di famiglia Antonio De Rensis, è riuscita a far riaprire l’indagine dalla Procura della Repubblica Rimini.

Per capire l’accaduto e trovare, forse, qualche risposta in più bisogna però tornare ancora più indietro nel tempo, ovvero al 1999: Marco Pantani all’epoca, dopo aver vinto il Giro d’Italia e il Tour de France 1998 ­ unico italiano dopo Fausto Coppi a centrare la prestigiosa doppietta nello stesso anno ­si avviava a bissare il successo al Giro d’Italia, forte di un vantaggio divenuto insormontabile per i suoi avversari.

Ma, all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno, arrivò una sorprendente sospensione cautelare da parte della giustizia sportiva per presunto uso di sostanze dopanti. Pantani infatti ­ dopo aver vinto la tappa che portava dall’Alpe di Pampeago a Madonna di Campiglio, a due giorni dalla conclusione del Giro che ormai aveva ipotecato e con un’altra tappa di montagna a lui favorevole da correre ­ la mattina del 5 Giugno 1999,venne fermato dai medici dell’Unione Ciclistica Internazionale per valori ematici non nella norma. Nello specifico le disomogeneità riguardavano i valori relativi alla concentrazione di ematocrito, troppo alto rispetto a quello tollerato dalla Federazione Ciclistica Internazionale.

L’ematocrito esprime la concentrazione di globuli rossi nel sangue, di conseguenza un valore elevato porta ad una maggiore ossigenazione dei muscoli. Diminuisce quindi la fatica e, contestualmente, accorcia i tempi del recupero muscolare dopo un grande sforzo, come quello rappresentato da un’impegnativa tappa di montagna. Valori troppo alti, in assenza di test mirati (non ancora disponibili all’epoca dei fatti), a quei tempi venivano considerati come prova dell’assunzione della sostanza dopante più in voga al momento, l’eritropoietina sintetica (EPO).

Per questo motivo, avendo ravvisato una concentrazione di ematocrito pari al 53%, mentre la soglia di tolleranza era fissata al 50%, come da regolamento Marco Pantani venne escluso dalla corsa e fermato per 15 giorni in via precauzionale, perdendo così un Giro d’Italia che, di fatto, aveva già vinto e dominato. La notizia ovviamente era shoccante, sia per i milioni di tifosi del Pirata, che non riuscivano a capacitarsi dell’accaduto, sia per gli addetti ai lavori che mai si sarebbero aspettati una cosa del genere. La reazione di Pantani ovviamente non fu delle migliori: il Pirata tornò immediatamente nella sua Cesenatico, si chiuse in casa per giorni e scrisse su tutti i muri la frase “a Madonna di Campiglio mi hanno fregato”, isolandosi dal mondo esterno, con il quale si sentiva in conflitto, e sprofondando in un forte stato depressivo. Rinunciò così a partecipare al Tour de France nonostante non gli fosse stata comminata nessuna squalifica, patendo in maniera evidente l’onta subita, dato che lui si riteneva assolutamente innocente..

Le incongruenze però partono proprio da questo episodio: gli esami antidoping ufficiali effettuati dopo la vittoriosa tappa del 4 Giugno non si rivelavano anomali, con l’ematocrito vicino al 48%. E non è scientificamente spiegabile come il valore sia potuto salire del 10% in una notte. L’ipotesi più accreditata è quella di un prelievo di una piccola quantità di plasma dal campione di sangue raccolto la mattina del 5 Giugno 1999, sufficiente ad alterare i valori ematici e manomettere di conseguenza i risultati delle analisi. A riprova di ciò il fatto che quello stesso prelievo evidenziava una quantità di piastrine bassissima, contrariamente a quello della sera prima e a tutti i prelievi di sangue effettuati per l’antidoping da Pantani nel corso della sua carriera.

Un altro particolare che rende quanto accaduto il 5 giugno 1999 ancora più strano, infittendo ulteriormente il mistero, è rappresentato dalle dichiarazioni del malavitoso pluriergastolano milanese Renato Vallanzasca, che già nel 2007 aveva inviato una lettera alla mamma di Pantani affermando che un altro detenuto, ben cinque giorni prima della cacciata del Pirata dal Giro d’Italia, gli aveva consigliato di scommettere contro Pantani. Vallanzasca è stato poi intervistato per il programma di approfondimento giornalistico Quarto Grado, in onda su Rete4, dalla giornalista Gabriella Simoni, e ha ribadito quanto scritto alla famiglia Pantani affermando che, dopo che l’altro detenuto gli aveva chiesto, all’epoca, come vedesse Pantani, lui aveva risposto: “benissimo, viaggia come un treno, vincerà sicuramente”, sentendosi ribattere: “e se io ti dicessi che perde il giro? Giocaci sopra qualche milione se lo hai”,Per poi giungere allo stesso Vallanzasca il 5 giugno “hai sentito? Pantani è stato squalificato. Cosa ti avevo detto?”. Da qui la teoria secondo cui Pantani sia stato incastrato, presumibilmente dal sistema delle scommesse clandestine. Dopo il fattaccio, che non attestava l’effettiva assunzione di sostanze dopanti da parte del Pirata ma, da regolamento, era sufficiente per fermarlo precauzionalmente a tutela della sua stessa salute, le cose per Pantani non furono mai più le stesse e lui probabilmente, come raccontano anche i familiari e i conoscenti più intimi, non ritornò mai la stessa persona che era prima di quell’episodio.

Ritornò alle corse l’anno successivo, e nel 2001 alla Grand Boucle sfidò, battendoli, i campioni del momento come Lance Armstrong ­ intrappolato a carriera conclusa nella ragnatela dell’antidoping e a cui sono state tolte nel 2012 tutte e sette le vittorie conseguite al Tour de France, dopo che per anni aveva giurato e spergiurato di non averne mai assunte, pur davanti all’evidenza dei fatti di campioni di sangue prelevati dal 2000 e analizzati successivamente con nuovi strumenti che non lasciavano spazio a dubbi ­ Ma si trattava di singoli exploit che lasciavano solo intravedere il campione che era stato in grado di catturare la passione di milioni di appassionati, coi suoi scatti ripetuti e veementi, volti a staccare gli avversari sulle salite più ripide dei grandi giri, sebbene nel 2001, anno della sua ultima partecipazione alla corsa francese, abbia conquistato poi due prestigiose vittorie su arrivi in salita.

Dal 2001 in poi, non avendo il suo team i requisiti richiesti, il Pirata non poté più correre il Tour de France, la sua grande corsa a tappe preferita e, in un certo senso, un suo chiodo fisso, diventando inoltre persona non gradita dagli organizzatori, cosa che infastidì molto l’uomo Pantani, già provato da quella che lui aveva vissuto come una trappola per fregarlo e fargli chiudere in maniera poco decorosa una grande carriera. Ma in realtà in quel periodo, tra depressione e sconforto, Marco non si presentò mai al top della condizione psicofisica, raccogliendo risultati modesti anche nelle partecipazioni al Giro d’Italia. Dopo il fallito tentativo di partecipare al Tour De France del 2003 unendosi al team Bianchi di Jan Ulrich, Pantani crollò è venne ricoverato presso la clinica Parco Dei Tigli di Teolo, in Veneto nel Giugno dello stesso anno. Ma già prima, in un’intervista esclusiva e mai divulgata, in video, e oggi resa pubblica, il Pirata disse che “dopo un periodo di riflessione su cosa sia meglio fare” la sua decisione era stata di non abbandonare il ciclismo e, anzi, di ripartire alla grande “creando un team che possa partecipare ai grandi giri con l’obiettivo di vincerli e di uscire dal ciclismo come voglio io, cioè da vincente, e non come vogliono i miei nemici”.

Frasi che danno da pensare, soprattutto guardando la faccia del Pirata in video, visibilmente preoccupato ma anche evidentemente voglioso di chiudere la sua carriera dimostrando di essere un campione vero, non un atleta dopato, “senza darla vinta ai nemici che vogliono che io esca così dal ciclismo”. Sobrio, lucido, in perfetta forma fisica e assolutamente non depresso, anzi, smanioso di rimettersi in sella e programmare la nuova stagione prefiggendosi obiettivi ambiziosi, come testimonia la frase “voglio una squadra con cui poter correre i grandi giri, le grandi classiche e i mondiali e voglio tornare in sella per vincere”. Parole che non sembrano per nulla concordare con l’idea di una persona in procinto di suicidarsi. E che, anche alla luce di quanto emerso in questi ultimi mesi circa l’incuria nello svolgimento delle indagini, sempre sostenuta dalla madre Tonina e dalla sorella Manola, mettono ancora più in risalto l'azione di quei nemici “interni ed esterni al mondo del ciclismo” che, secondo Pantani “mi vogliono vedere finire male”.

Quello che emerge dalle nuove indagini, riaperte sull’onda di inchieste giornalistiche e grazie alla tenacia della famiglia nel non accettare l’idea del suicidio di un Marco drogato e tossicodipendente, si sostiene reciprocamente con le impressioni ricavabili da quell’intervista. Marco non voleva mollare; voleva combattere sulle strade con i suoi avversari e dimostrare di essere ancora tra i più forti, se non il più forte di tutti. E non era né depresso né sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Possibile che la situazione sia precipitata in tal modo in un breve lasso di tempo? Certo, Pantani era una persona fragile e ferita, nell’orgoglio, ma lo sguardo era rivolto al futuro, tanto da fargli dire: “se non potrò tornare in bicicletta come voglio io mi inventerò qualcos’altro”.

E comunque le incongruenze che stanno via via emergendo dall’attività investigativa della Procura di Rimini, evidenziano delle discrepanze che rendono poco verosimile l’ipotesi che sia stato realmente un suicidio. In primo luogo gli agenti di Polizia accorsi al residence Le Rose nella stanza 5D, dove il Pirata giaceva esanime, hanno mancato di professionalità alterando la scena, come dimostra il video girato da loro stessi. In secondo luogo c’è un mistero ancora più grosso che getta ombre pesanti sulla versione dell’accaduto ritenuta come vera sino ad oggi: i due ausiliari del 118 accorsi a prestare soccorso a Pantani dopo la chiamata del proprietario dell’albergo, accortisi che poteva trattarsi di un overdose da stupefacenti controllarono la stanza alla ricerca di sostanze stupefacenti, come prescrive la legge, non trovandone traccia.

Tesi confermata dall’autista dell’autoambulanza, anche lui entrato nella stanza del residence Le Rose e quindi, di fatto, testimone oculare. Ma nel video girato dalla polizia e negli atti processuali, accanto al corpo del Pirata c’era una pallina bianca con cocaina impastata assieme a della mollica di pane. E non era né sporca di sangue né di altro, evidente prova, assieme alla testimonianza degli infermieri, che sia stata posizionata accanto al cadavere dopo l’arrivo dell’ambulanza e prima di quello delle forze dell’ordine, presumibilmente per manomettere la scena e avvalorare anche agli occhi degli investigatori l’ipotesi del suicidio.
In aggiunta sono state rilevate incongruenze, emerse negli anni, tra quello che aveva dichiarato il receptionist dell’albergo - colui che scoprì, attorno alle 20:30, il cadavere di Pantani - e quello che invece sostiene il padrone della struttura, accorso in un secondo tempo assieme al receptionist nella stanza 5D. Sentito dalla Procura l’albergatore ha raccontato di aver subito notato un lavandino posizionato al centro della stanza, ma nelle immagini girate dalla Polizia il lavandino era stato riposizionato in bagno. Per quale motivo l’albergatore avrebbe dovuto mentire?
La figura del portiere dell’albergo invece ha già attirato su di sé più di un dubbio: ha sempre dichiarato di non essersi mai mosso dalla reception ma, intorno alle 17 – l’ora della morte di Pantani – ha ricevuto sul suo cellulare una telefonata proveniente dalla stessa reception, rispondendo altresì alla chiamata. Cosa che toglie parecchio valore alla testimonianza che aveva reso.

C’è poi il mistero di una bottiglia apparentemente sporca di cocaina, prelevata dalla Polizia come prova ma dalla quale non sono mai state rilevate le impronte digitali. E, ancora, tracce di sangue del ciclista sul letto subito individuate dagli investigatori ma successivamente ricoperte da oggetti ammassati sul letto stesso. Inoltre ci sono le ferite sul corpo di Pantani, circolari e quindi difficilmente procurate da una caduta dovuta allo stato di alterazione indotto dall’assunzione di cocaina essendo invece più verosimilmente, come sostenuto anche dal Professor Avato (esperto in materia e autore della perizia contenuta nell’esposto presentato alla Procura della Repubblica di Rimini dalla famiglia Pantani), il probabile risultato di una colluttazione.
Ma non finisce qui, perché secondo l’avvocato De Rensis sono 50 gli elementi dubbi, e farne l’elenco potrebbe risultare stucchevole. Anche perché non viene messa in discussione l’evidente sciatteria nell’attività investigativa dei poliziotti accorsi sul posto, indotti chiaramente a pensare che si trattasse di suicidio e probabilmente per questo non predisposti a raccogliere prove, quindi assolutamente in buona fede nello svolgimento del proprio lavoro.

Alcune cose però restano ancora sommerse nel silenzio: di certo tra quello che emerge col passare dei giorni e lo svilupparsi delle nuove indagini e l’intervista inedita visionata, la teoria, passata per dieci anni come verità, che Marco Pantani si sia suicidato in preda all’ennesima crisi depressiva sembra davvero inverosimile. E spetta ora agli investigatori, anche ad anni di distanza, cercare di ricostruire la tragedia che si è consumata al residence Le Rose di Rimini intorno alle 17 del 14 Febbraio 2004, chiarendo anche perché Marco nell’intervista, ad oggi in possesso della KR Entertainment e mai divulgata, parlò di “nemici che vogliono vedermi finire male”, chiarendo chi fossero questi misteriosi nemici. Questo perché, guardando semplicemente ai fatti, è difficile se non impossibile credere che la verità sia quella emersa nel corso della prima indagine condotta dalla Procura della Repubblica di Rimini. Pantani nell’intervista appare visibilmente impaurito, timoroso, teso, come se temesse qualcosa che minacciava l’effettiva possibilità di concretizzare la sua voglia di riscattarsi in sella ad una bicicletta.
Di certo anche l’influenza dell’ex fidanzata, Christina Jonsson, per 7 anni compagna del Pirata, non gli aveva giovato. Lei, ex cubista nelle discoteche della riviera romagnola, ha sempre dichiarato di aver fatto uso di cocaina in grosse quantità insieme a Marco, gettando ulteriore fango sul Pirata. Però il sospetto che lei stessa fosse inserita in ambienti poco raccomandabili e che Pantani, dopo la tragedia sportiva del 1999, si possa essere creato dei nemici proprio in quegli ambienti, è tutt’altro che priva di fondamento

E un uomo buono, un personaggio fantastico capace di far innamorare di sé milioni di persone in tutta Europa, amanti della bicicletta e non, merita, anche a dieci anni di distanza, che sia fatta chiarezza su quanto accaduto. Soprattutto perché l’immagine di un cocainomane che si suicida in una fase depressiva acuta, se non vera, getta gratuitamente del fango addosso a una persona sì schiva e riservata (più per timidezza che per altro), ma anche umile e generosa, ben voluta da quasi tutti, addetti ai lavori e giornalisti compresi, proprio per la sua umanità e per la sua spontaneità, oltre che per la sua capacità di gettare sempre il cuore oltre l’ostacolo e scrivere pagine quasi mitologiche e comunque indelebili nella storia del ciclismo mondiale.
Adesso il compito di ricostruire un’altra verità, anche alla luce delle nuove testimonianze degli infermieri del 118, depositate a Rimini e aventi valore probatorio, spetterà al procuratore capo Paolo Giovagnoli, titolare della nuova inchiesta, che starebbe riformulando la natura del accaduto ipotizzando un omicidio volontario e non un suicidio, come precedentemente appurato.
Per quanto riguarda l’esclusione dal Giro d’Italia del 1999 poi, la Procura di Forlì sta già indagando, ipotizzando una manomissione volontaria del campione ematico prelevato la mattina del 5 Giugno a Madonna di Campiglio. Anche perché dai risultati dell’autopsia, analizzando il midollo osseo, è emerso che Pantani nel corso della sua carriera poteva aver assunto solo minime dosi di EPO, se non addirittura non averne mai presa.
Due filoni d’indagine che potrebbero dunque dare un volto completamente nuovo all’accaduto, stabilendo finalmente la verità. Non servirà a riportare in vita il Pirata o a restituirgli le vittorie che sicuramente avrebbe ottenuto, ma almeno si potrà sapere con certezza cosa è successo a partire dal’1999, riabilitando probabilmente la figura di Pantani. Questo è quanto chiedono i familiari praticamente da sempre, questo è quello che vorrebbero sapere anche i milioni di tifosi di Marco, rimasti sicuramente delusi dal modo in cui si è conclusa la sua carriera sportiva e sconcertati dalla sua morte.

Federico Bandirali

 

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