Andriy Shevchenko festeggia mezzo secolo dopo una vita che ha attraversato Chernobyl, Kiev e Milano. I 175 gol in rossonero, il rigore della Champions contro la Juventus e il Pallone d’Oro prima del suo incarico alla guida del calcio ucraino.
La Dinamo Kiev, la tripletta al Camp Nou e il rigore contro la Juve che consegnò a Sheva la Champions League
A cinquant’anni Andriy Shevchenko rappresenta il calcio del suo Paese da presidente della Federazione calcistica ucraina e porta avanti il suo impegno per l’Ucraina e per la pace. Per i tifosi del Milan resta semplicemente Sheva. Il numero 7 che partiva in campo aperto, puntava la porta e sembrava sempre avere mezzo secondo di vantaggio sul difensore. Quello che a Manchester segnò il rigore decisivo contro la Juventus nella finale di Champions League del 2003 e che ha fatto innamorare un’intera generazione di milanisti cresciuti tra gli anni Ottanta e Novanta. In mezzo ci sono 175 gol in rossonero, il Pallone d’Oro e una carriera iniziata in un’Ucraina che apparteneva ancora all’Unione Sovietica.
Sheva è nato il 29 settembre 1976 a Dvirkivshchyna. A tre anni si trasferì con la famiglia nel distretto di Obolon, a Kiev. Da bambino il suo ambiente lo spingeva verso l’hockey, ma scelse il calcio. A nove anni arrivò un altro trasferimento, questa volta obbligato. Dopo il disastro nucleare di Chernobyl, la famiglia lasciò Kiev e si spostò verso la costa del Mar Nero per ridurre il rischio di esposizione alla contaminazione.
Il talento emerse nel vivaio della Dinamo Kiev, dove Valeriy Lobanovsky ne accompagnò la crescita. Già allora c’erano molte delle caratteristiche che avrebbero fatto di Shevchenko uno degli attaccanti più completi della sua generazione. Velocità, potenza, tecnica, tiro, gioco aereo, capacità di attaccare la profondità e freddezza davanti al portiere. Un prototipo dell’attaccante moderno, capace di segnare in area ma anche di partire lontano dalla porta, saltare l’uomo e costruirsi da solo l’occasione.
L’Europa imparò definitivamente il suo nome il 5 novembre 1997. Shevchenko segnò tre gol al Camp Nou e la Dinamo travolse 4-0 il Barcellona di Louis van Gaal. Quella prestazione accese l’interesse del Milan. Ariedo Braida, allora direttore sportivo rossonero, aveva già annotato il suo nome sul taccuino e, secondo la ricostruzione di Sportmediaset, chiese alla redazione Mediaset una videocassetta con i novanta minuti giocati a Barcellona. Shevchenko venne poi seguito dal vivo e nell’estate del 1999 il Milan investì oltre 40 miliardi di lire per portarlo in Serie A.
L’adattamento al calcio italiano durò praticamente niente. 24 gol al primo campionato, titolo di capocannoniere e un posto immediato tra i grandi attaccanti della Serie A. A Milano il numero 7 diventò presto il suo marchio. Shevchenko poteva segnare in contropiede, di testa, da fuori area, anticipando il difensore oppure presentandosi davanti al portiere dopo uno scatto in profondità. Aveva la forza fisica del centravanti e la tecnica dell’attaccante capace di giocare anche lontano dall’area.
Con Filippo Inzaghi prima e Kaká poi costruì due delle intese offensive più riconoscibili del grande Milan degli anni Duemila. Con Pippo divideva area, gol e notti europee. Con Kaká aggiunse velocità e qualità a una squadra che poteva ribaltare il campo in pochi secondi. Intorno a loro c’erano Maldini, Pirlo, Seedorf, Gattuso, Nesta, Cafu. Il Milan di Carlo Ancelotti diventò una delle squadre simbolo del calcio europeo e Shevchenko ne fu uno dei volti principali.
Con la maglia rossonera ha vinto una Champions League, una Supercoppa europea, uno scudetto, una Coppa Italia e una Supercoppa italiana, diventando due volte capocannoniere del campionato e due volte della Champions League. Ma i numeri raccontano soltanto una parte del rapporto tra Sheva e Milano. Per tanti bambini e ragazzi cresciuti in quegli anni il suo 7 finì sulle maglie, negli zaini, nei campetti sotto casa e nelle partite alla Playstation. Si imitavano le sue accelerazioni, l’esultanza con le braccia aperte e soprattutto quel modo di arrivare davanti alla porta con la sensazione che il gol fosse già scritto.
Il momento rimasto più impresso nella memoria rossonera arrivò nel maggio 2003. Milan e Juventus si giocarono la Champions a Manchester e Shevchenko si presentò sul dischetto per l’ultimo rigore. Qualche secondo ad aspettare il movimento di Buffon, poi il pallone in rete e la corsa verso i compagni. Il Milan tornava campione d’Europa dopo nove anni. Un anno dopo Shevchenko ricevette il Pallone d’Oro 2004, terzo calciatore ucraino a vincerlo dopo Oleg Blochin e Igor Belanov.
Anche la data del suo compleanno incrocia la storia del Milan. Il 29 settembre 1936, esattamente quarant’anni prima di Shevchenko, era nato Silvio Berlusconi, il presidente che lo volle fortemente in rossonero. Il rapporto continuò anche quando l’attaccante chiese di trasferirsi al Chelsea e quando, dopo l’esperienza inglese, tornò in prestito a Milano. Berlusconi lo aveva accolto come un campione e Shevchenko diventò negli anni uno dei giocatori ai quali il presidente rossonero rimase più legato.
Nel 2006 Shevchenko lasciò infatti il Milan per il Chelsea di Roman Abramovich. Per molti milanisti fu un addio difficile da digerire proprio perché Sheva era ormai diventato molto più di un grande attaccante straniero. Era uno dei simboli di quella squadra e di quell’epoca. Gli infortuni e un rendimento realizzativo inferiore a quello mantenuto in Italia limitarono la sua esperienza inglese, chiusa comunque con una Fa Cup e una Coppa di Lega. Il successivo ritorno in rossonero non riportò il centravanti ai livelli del primo ciclo. Shevchenko scelse quindi la Dinamo Kiev per gli ultimi anni e lasciò il calcio giocato dopo l’Europeo del 2012.
Il legame con l’Ucraina proseguì anche dopo il ritiro. Nel 2012 tentò l’ingresso in Parlamento con il partito Ucraina-Avanti!, che raccolse l’1,58% dei voti. La strada sportiva lo portò invece sulla panchina della Nazionale, condotta fino ai quarti di finale di Euro 2020.
Oggi Shevchenko è presidente della Federazione calcistica ucraina. Nel 2023 ha inoltre ricevuto un incarico di consigliere dal presidente Volodymyr Zelensky e negli anni della guerra ha utilizzato la propria visibilità internazionale per mantenere l’attenzione sul Paese. L’uomo che per anni ha rappresentato l’Ucraina con un pallone tra i piedi utilizza oggi lo stesso nome conosciuto in tutto il mondo per parlare della guerra e chiedere pace per il suo Paese.
Il cinquantesimo compleanno lo trova lontano dall’area di rigore, ma ancora legato alle due maglie che hanno segnato la sua vita. Quella dell’Ucraina e quella del Milan. A Milano ha lasciato 175 gol, il numero 7 e una Champions decisa dal suo destro. E soprattutto il ricordo di un attaccante completo, prototipo e precursore del centravanti moderno velocissimo e tecnico che ha accompagnato l’adolescenza di migliaia di tifosi rossoneri. Oggi Sheva rappresenta il calcio ucraino fuori dai suoi confini e continua a usare la popolarità conquistata sul campo per il Paese dove tutto era cominciato.


