Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Salute » Giornata mondiale del cane, oltre le celebrazioni: il benessere animale come responsabilità sociale

Giornata mondiale del cane, oltre le celebrazioni: il benessere animale come responsabilità sociale

Dalla lotta agli abbandoni alla tutela dei cani anziani, fino alle cure accessibili e alle adozioni responsabili: celebrare davvero il cane significa trasformare l’affetto in responsabilità concreta

Giornata mondiale del cane, oltre le celebrazioni: il benessere animale come responsabilità sociale

Una vita da cani. Incompresi, emarginati, abbandonati. La giornata mondiale, un’occasione per rivalutare la loro presenza. L’uomo, amico del cane

Giornata mondiale del cane, oltre le celebrazioni: il benessere animale come responsabilità sociale

La giornata mondiale del cane del 26 agosto c.a., da poco passata, ha registrato slogan, enunciazioni, esibizioni, talvolta attenzioni non sempre disinteressate. Lo scopo di questa ricorrenza non è solo la valorizzazione dei rapporti tra esseri umani e cani, ma puntano a sensibilizzare l’esigenza di maggiori adozioni, contro gli abbandoni, più sensibilità per le malattie e il loro benessere. I cani guida, d’assistenza ai disabili, al soccorso emergenziale antidroga, sono ormai noti. Fanno il loro lavoro routinariamente e senza clamore. Rischiano, ma proteggono e cercano di salvare. Encomiabile! Ma lo sanno in pochi. Anche quando cadono in battaglia.

Alzarsi la mattina presto, seguirli per strada, fermarsi e ripartire, aspettare i bisogni, pulire, tornare a casa, provvedere al cibo. Un saluto e alla sera stanchi, rientrare e ricominciare. Nessun sacrificio, solo la lunga attesa di un giorno interminabile. E poi c’è la famiglia, gli altri con i quali condividere gli affetti. I momenti più riservati, rilassanti e piacevoli, accanto ai nonni e nipoti, bisognosi di affetto.

Noi attraversiamo una parte della nostra esistenza insieme al cane, lui o lei, invece, trascorrono tutta la loro vita con noi. Dodici anni, più o meno, restano nella nostra memoria, indimenticabili e penetranti. Unici. Una compagnia che allieta la vita. Il valore di un cane, cambia i sentimenti e le esperienze.

Il dolore per la loro breve esistenza, rimane in capo a tutta la famiglia, che ritiene il più delle volte di non adottarne altri per il rischio di soffrire nuovamente per una perdita e un vuoto così importante. La sopravvivenza media è di circa 12,5 anni, con differenze legate alla taglia, sesso, morfologia, razza, ambiente. Altri dati, questa volta italiani, riportano un’età media di vita di dieci anni, più rilevante nei meticci, nelle femmine, nei cani sterilizzati e nelle razze di piccola taglia.

C’è un altro cane di cui parliamo pochissimo: quello anziano. Il cucciolo conquista fotografie, pubblicità e social network. Il cane vecchio molto meno. Eppure oggi l’invecchiamento canino è diventato perfino un’importante frontiera della ricerca biomedica. Il cane condivide con noi ambiente, esposizioni e assistenza sanitaria, ma attraversa il proprio ciclo vitale molto più rapidamente. Proprio per questo alcuni progetti scientifici stanno studiando l’invecchiamento dei cani anche come possibile modello per comprendere meglio quello umano.

Ma fuori dai laboratori resta una questione quotidiana. Il cane che non riesce più a salire le scale. Quello che cammina più lentamente. Quello che vede o sente meno. Quello che necessita di controlli, terapie e adattamenti dell’ambiente. È qui che la relazione cambia direzione. Per anni siamo stati noi a chiedere di aspettarci davanti alla porta, seguirci, adeguarsi ai nostri orari. Nella vecchiaia, progressivamente, siamo noi a dover imparare il suo passo.

Il cane non è necessariamente felice perché è con noi. È forse il punto meno facile da comprendere ed eventualmente correggere. Abbiamo trasformato il comportamento, l’aspetto e i sentimenti del cane al punto da interpretare spesso il possesso come sinonimo di benessere soddisfacente per l’esterno. Ma amare un animale e garantirgli una buona qualità di vita non sono automaticamente la stessa cosa. Un cane ha bisogno di movimento adeguato, esplorazione, stimolazione, riposo, interazioni compatibili con il proprio temperamento e possibilità di esprimere comportamenti propri della specie.

Ha bisogno anche di essere protetto dalle nostre aspettative. Così come il cane presenta i suoi comportamenti, che talvolta sono dannosi. Non tutti i cani desiderano essere continuamente toccati. Non tutti gradiscono estranei, bambini, confusione o interazioni forzate. Riconoscere paura, stress e segnali di disagio non serve soltanto al benessere animale: ha anche un valore di sanità pubblica.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che i morsi di cane provocano ogni anno decine di milioni di lesioni nel mondo e che i bambini rappresentano una delle categorie maggiormente a rischio. In molte aree del pianeta esiste poi una realtà lontanissima dall’immagine occidentale del cane sul divano. Il cane rimane al centro della lotta alla rabbia: secondo l’OMS, morsi e graffi di cani sono responsabili del 99% dei casi umani di rabbia, una malattia prevenibile attraverso vaccinazione animale, prevenzione e profilassi post-esposizione.

È la prospettiva One Health, salute umana, animale e ambientale non sono compartimenti separati. Una relazione profondamente asimmetrica. Alla fine rimane un fatto che forse racconta il cane meglio di qualunque slogan. Noi controlliamo quasi tutto della sua esistenza. Decidiamo dove vivrà, cosa mangerà, quando potrà uscire, con quali altri animali incontrarsi, se potrà riprodursi, quali cure riceverà. Attraverso la selezione abbiamo influenzato persino la forma del suo corpo. E, alla fine della vita, spesso siamo chiamati a prendere una delle decisioni più dolorose: stabilire quando la sofferenza sia diventata incompatibile con una vita dignitosa.

Un momento drammatico, che servirà a lui per non soffrire ancora, a noi per non dimenticarlo più. È difficile immaginare una relazione affettiva altrettanto intensa e contemporaneamente altrettanto sbilanciata negli affetti negli anni che seguiranno senza quella presenza. Per questo forse dal 26 agosto dovremmo aggiornare anche il nostro linguaggio. Il cane non è un figlio, non è un giocattolo, non è un accessorio, non è una terapia ambulante e non è soltanto e per forza “il migliore amico dell’uomo”.

È un’altra specie che ha imparato straordinariamente bene a vivere e forse adattarsi con la nostra. E se davvero vogliamo celebrarla, la domanda non dovrebbe essere soltanto quanto i cani abbiano migliorato la vita degli esseri umani. Dovremmo avere il coraggio di farci anche quella inversa, noi, quanto siamo diventati bravi a migliorare la loro? Questa impostazione etologica, quella che studia i rapporti ambientali tra l’uomo e gli animali, tiene insieme neuroscienze della relazione, longevità, selezione genetica, invecchiamento, sanità pubblica e responsabilità.

Trasformare la ricorrenza nell’ennesimo elogio sentimentale del quadrupede, non è più accettabile, sono altri i valori e gli intenti che devono essere tradotti in miglioramenti ordinari. Il 26 agosto non dovrebbe essere soltanto una giornata di fotografie, ricordi e dichiarazioni d’amore. Potrebbe e dovrebbe diventare una giornata nella quale chiedere alla politica e alla società di trasformare quell’amore in responsabilità concreta.

Perché c’è una contraddizione difficile da ignorare: abbiamo fatto entrare il cane nelle nostre case, nelle nostre famiglie e persino nei percorsi di assistenza e riabilitazione, ma continuiamo troppo spesso a considerare tutto ciò che lo riguarda una questione esclusivamente privata. Non dovrebbe esserlo. Contrastare davvero il randagismo significa investire in sterilizzazioni, identificazione, anagrafe, controlli, recupero degli animali e adozioni responsabili, facendo del canile un luogo di transito e non una destinazione definitiva.

Ma occorre andare oltre. Significa immaginare servizi veterinari accessibili anche per chi non può permetterseli, a partire dalle persone economicamente fragili; agevolazioni e detrazioni fiscali ragionevoli per cure veterinarie e farmaci; una maggiore disponibilità di medicinali veterinari economicamente sostenibili.

Significa anche costruire reti territoriali capaci di intervenire quando il proprietario viene ricoverato, perde temporaneamente l’autonomia o attraversa una situazione di emergenza. Perché una persona anziana non dovrebbe essere costretta a rinunciare al proprio cane perché entra per alcune settimane in ospedale. E una famiglia che precipita improvvisamente nella difficoltà economica non dovrebbe trovarsi davanti alla scelta brutale tra curare l’animale e sostenere altre spese indispensabili.

Servirebbero pensioni temporanee convenzionate e strutture di accoglienza d’emergenza, integrate con Comuni, servizi sociali, associazioni e servizi veterinari, affinché una difficoltà transitoria dell’essere umano non diventi una condanna permanente per l’animale. E si potrebbe sperimentare qualcosa di ancora più interessante: programmi di affidamento sociale assistito, rigorosamente valutati e accompagnati da professionisti, nei quali persone anziane, sole o in condizioni di fragilità che lo desiderino possano prendersi cura di un cane compatibile con le proprie capacità.

Ricevendo contemporaneamente sostegno veterinario, educativo e logistico. Non il cane prescritto come una medicina, ma una relazione resa possibile e protetta. Perché affidare un animale a una persona fragile senza costruire intorno a entrambi una rete significa semplicemente trasferire la fragilità dall’uno all’altro. Occorre pensare anche alla fine. Se riconosciamo che un animale può occupare per quindici anni una parte enorme della vita affettiva di una persona, non possiamo considerare ridicolo o marginale ciò che accade quando muore.

Cimiteri e servizi funerari per animali regolamentati, accessibili e dignitosi non sono eccentricità sentimentali: sono il riconoscimento sociale di un legame e, insieme, uno strumento per gestire correttamente le spoglie dell’animale. E soprattutto bisogna adottare.

Adottare dai canili e dalle associazioni serie, certamente. Ma adottare responsabilmente, scegliendo un animale compatibile con la propria vita e accettando che quella decisione possa significare dieci, dodici, quindici anni di passeggiate, spese, vacanze da organizzare, malattie da curare e infine vecchiaia e morte da accompagnare.

L’adozione non è il lieto fine della storia di un cane. È il suo inizio. Il 26 agosto potrebbe allora diventare qualcosa di più. Abbiamo chiamato il cane “migliore amico dell’uomo” per così tanto tempo da dimenticare che l’amicizia, quando è autentica, comporta reciprocità. Il cane ha già fatto la sua parte. Ci ha accompagnati nelle case e nei campi, nelle città e nelle guerre. Ha cercato dispersi sotto le macerie, guidato chi non poteva vedere, affiancato persone con disabilità, condiviso la solitudine degli anziani e aspettato dietro una porta il ritorno di milioni di persone perfettamente comuni.

Ora tocca a noi. Meno canili in cui trascorrere una vita in gabbie e strutture maleodoranti, più adozioni responsabili. Meno randagismo, più prevenzione. Cure accessibili, farmaci sostenibili, accoglienza temporanea quando una famiglia è in difficoltà, tutela nella vecchiaia e dignità persino dopo la morte.

Perché il grado di civiltà di una società non si misura da quanto proclama di amare gli animali nelle giornate dedicate a loro. Si misura da quanto è disposta a organizzarsi per non abbandonarli negli altri 364 giorni dell’anno. E forse è questa la frase che dovremmo ricordare ogni 26 agosto: per migliaia di anni abbiamo insegnato al cane a fidarsi dell’uomo. Adesso spetta all’uomo dimostrare di meritare quella fiducia.