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La sottile linea verde che divide Israele e l’Europa

La sottile linea verde che divide Israele e l’Europa
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Di Sara Zolanetta e Francesco Morstabilini

Immaginiamo di guardare una partita di tennis in cui i due giocatori, forse per inettitudine forse per calcolo, ogni volta colpiscono la parte alta della rete. La pallina si impenna, e resta sospesa insieme al fiato degli spettatori. Da che parte cadrà?

Una partita del genere, se la stanno giocando Israele e Unione Europea, non su un campo di terra rossa bensì su quello economico-politico. Se la giocano dal 1975, anno del primo accordo commerciale, entrambi incapaci di superare quella rete, troppo alta e troppo ingombrante, che corre lungo la Green Line.

È una partita lunga, delicata e difficile. Da un lato, la giovane e rampante economia israeliana, troppo vivace per il piccolo mercato nazionale. Dall’altro, la navigata ma depressa Europa, desiderosa di importare nel vecchio continente un po’ di Silicon Wadi. Tra le due economie viaggiano quasi 30 miliardi di euro all’anno. Appare evidente come l’una tragga vantaggio dall’altra, evidenza confermata dal susseguirsi di accordi stipulati nel corso degli anni che, da un punto di vista commerciale, di fatto equiparano Israele agli Stati membri. Ma nessuna delle due cede su un punto fondamentale: le colonie israeliane costruite nei territori oltre la Green Line che l’Europa considera illegali.

“Se non riusciamo a risolvere questo problema, la futura direzione che si intraprenderà sarà una sorta di separazione tra Israele e l’Unione Europea. Siamo una nazione emergente, sarebbe un grande errore per l’Europa annullare le sue relazioni con noi” ha dichiarato a Reuters lo scorso ottobre Ze’ev Elkin, vice ministro degli Esteri israeliano. La risposta dell’Unione è arrivata pochi giorni dopo dalle pagine del Jerusalem Post per bocca dell’ambasciatore Lars Faaborg-Andersen, capo della delegazione europea in Israele: “Essendo un’economia fortemente basata sulle esportazioni, Israele ha molto da guadagnare da un ulteriore accesso ad un mercato di 500 milioni di consumatori. Rapporti di questo tipo creano una situazione vincente sia per Israele sia per l’Europa”.

L’Unione ha bisogno di Israele come sbocco per le agonizzanti pmi europee ma vuole garantire che i soldi dei contribuenti non vadano a finanziare imprese israeliane con sede nei Territori Occupati. D’altro canto, Israele, se vuole che la sua economia continui a crescere, deve tenersi buona l’UE, senza tuttavia abbandonare la politica espansionistica, condizione necessaria per gli equilibri politici nazionali. Il risultato è un atteggiamento contraddittorio da parte dell’Europa che condanna Israele per le violazioni della legalità internazionale ma stringe accordi commerciali sempre più stretti con il suo mercato. Mentre Israele ha da poco aperto due nuovi bandi di gara per la costruzione di oltre 3000 case per coloni, senza contare che comprare una proprietà nella West Bank costa il 69% in meno rispetto che nel resto dello Stato.

Se l’Unione Europea un po’ nicchia e un po’ dimentica, non così fanno i cittadini dei Paesi membri. Sono sempre di più le iniziative di boicottaggio di prodotti israeliani e i disinvestimenti da parte di grossi gruppi europei. L’ultimo episodio in ordine di tempo ha coinvolto tre grandi fondi pensionistici, l’olandese ABP e le scandinave Nordea e DNB, che hanno deciso di rivedere le proprie partecipazioni nelle banche israeliane per un valore di quasi 400 miliardi di euro. Sodastream e Ahava, grandi aziende israeliane che producono rispettivamente gasatori domestici e cosmetici, sono da tempo al centro di contestazioni internazionali e azioni di boicottaggio per avere le sedi di produzione in insediamenti illegali.

Questa tendenza preoccupa non poco il governo di Gerusalemme. “Ogni nuovo annuncio di piano per l’espansione delle colonie è un altro mattone nel muro dell’isolamento che viene costruito intorno a noi”, ha dichiarato il ministro della Giustizia Tzipi Livni. “Sembra che il mondo stia perdendo la pazienza con noi. Se non faremo progressi con i palestinesi, perderemo il sostegno del mondo e la nostra legittimità”, ha ribadito Yair Lapid, ministro delle Finanze. Forse la pallina è caduta troppe volte nel campo dell’Unione Europea, e qualcuno se n’è accorto.