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Prosegue il ciclo di interventi di Andrea Gasperini, responsabile del gruppo di lavoro “Mission Intangibles®” dell’Associazione Italiana degli Analisti e Consulenti Finanziari (AIAF).

 

Abbiamo affrontato nei due precedenti articoli il tema delle risorse intangibili e quello della creazione di valore, approfondendo anche una possibile classificazione di questo tipo di asset, in relazione alla prossima adozione anche in Italia della Direttiva Europea 2014/95/UE relativa alla comunicazione delle informazioni di carattere non finanziario e sulla diversità. Ma già da tempo l’Associazione Italiana degli Analisti e Consulenti Finanziari (AIAF), con il gruppo di lavoro “Mission Intangibles®” di cui è responsabile il socio Andrea Gasperini, aveva iniziato ad approfondire il tema delle risorse intangibili.

 

Chiediamo ad Andrea Gasperini (AIAF) di farci una breve cronistoria di come si è arrivati a considerare questo tipo di asset.

 

“L’AIAF, con il mio gruppo di lavoro, già alla fine degli anni 90 aveva iniziato ad approfondire il tema delle risorse intangibili proprio in considerazione della rilevanza che in quegli anni stava assumendo il livello del multiplo P/BV (price/book value). Per alcune società quotate, in particolar modo per le cosiddette “growth stocks”, aveva cominciato a superare, anche di molte volte, la prima di allora tradizionale soglia di 1, che corrisponde in sostanza a un giudizio implicito, reso da parte del mercato, che una determinata società quotata “dovrebbe” valere almeno quanto il suo patrimonio netto”.

 

Quale modello di valutazione aveva in mente l’AIAF?

 

“Il modello di valutazione delle risorse intangibili proposto da AIAF, alla cui realizzazione ha inizialmente collaborato anche l’Università di Ferrara, è tridimensionale.
Infatti:

  • suddivide l’informativa fra consuntiva e prospettica;
  • analizza le informazioni sulla base di cinque dimensioni tipiche (strategia, clienti, risorse umane, processi e innovazione, organizzazione);
  • classifica le società in base al livello di completezza delle informazioni che comunicano”.

 

Come si stanno comportando le aziende italiane?

 

“Molte aziende, con riferimento a questa tipologia di risorse, non hanno ancora adottato una precisa metodologia di identificazione e comunicazione e temono di rivelare informazioni confidenziali sui propri vantaggi competitivi, dall’altra, ad esempio, gli investitori istituzionali, i gestori di fondi di private equity e gli stessi analisti finanziari e quelli degli investimenti socialmente responsabili (SRI), pur conoscendo tali tematiche, non percepiscono ancora l’analisi degli asset intangibili come un reale fattore in grado di guidare in modo sostanziale le loro decisioni di investimento e a queste viene dedicata scarsa attenzione anche da parte dei media.

Le risorse intangibili non sono quindi considerate in modo adeguato nella definizione delle strategie aziendali e frequentemente non vi è accordo nella definizione di Key Performance Indicators (KPIs) per settore, attraverso i quali misurarle. In altri termini porre il tema delle risorse intangibili tra le priorità dei CEO e CFO già è difficile in tempi di prosperità economica e, a maggior ragione, lo è se l’azienda si trova in una fase di spending review e downsizing, ripensamento delle strategie di marketing, outsourcing dei processi e gli istituti di credito le hanno ridotto gli affidamenti”.

 

Siamo allora in ritardo rispetto ad altri Pasi europei?

 

“Nonostante questo oggettivo stato di fatto, ritengo che paradossalmente la attuale situazione di crisi sistemica stia accelerando un processo di attenzione, non solo in ambito accademico, ma soprattutto professionale, su come monetizzare anche le risorse intangibili, dalle quali dipende un’ampia quota del valore di una azienda, la sua profittabilità, la posizione sui mercati finanziari, i vantaggi competitivi e, più in generale, la sostenibilità.
E’ quindi diventato indispensabile per il management:

  1. identificare il potenziale valore spesso nascosto in queste risorse;
  2. mantenere il controllo dei vantaggi competitivi imputabili alle risorse intangibili e la capacità di appropriazione del loro valore, è una priorità essenziale per uscire dall’attuale fase di crisi sistemica.

 

Che cosa suggerisce l’AIAF?

 

“Il circolo virtuoso, che in AIAF auspichiamo si venga ad avviare, è che le imprese si abituino, in primis, a gestire le risorse intangibili; successivamente ne aumentino la visibilità comunicando tali drivers del valore al mercato, innescando quindi una miglior valutazione dell’azienda rispetto ai competitors; questo ridurrà il costo di accesso alle fonti di capitale da parte delle imprese, innescando e giustificando ulteriori sforzi in termini di comunicazione e trasparenza su questa fondamentale componente del valore d’impresa”.

 

Paolo Brambilla 

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