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Politicamente scorretto
Oggi siamo tutti "bestie da vittoria"

Per chi ama il ciclismo o lo sport in generale, ed è anche un fervido praticante di qualche attività sportiva, è d'uopo leggere il libro scritto da Danilo di Luca, "Bestie da vittoria".
L'ex professionista del pedale, abruzzese di Spoltore (PE), vincitore del Giro d'Italia del 2007 e di numerose classiche, radiato nel 2013 perchè risultato positivo per la seconda volta al controllo antidoping (la prima fu nel 2009), denuncia, in 277 pagine, l'uso metodico e generalizzato del doping all'interno del ciclismo professionistico.
Non è il solito libro d'inchiesta o la solita biografia con cui i trasgressori, i colpevoli pizzicati dall'antidoping confessano il loro peccato ed erosi dal rimorso chiedono perdono ai tifosi, al mondo dei mass-media, al "loro" ambiente che gli ha donato fama, denaro, potere, per aver miseramente tradito la fiducia accordata.
E' uno vero e proprio squarcio nell'ipocrisia del ciclismo professionistico e non, che pur consapevole delle sostanze che i corridori "debbono" assumere per poter puntare alla vittoria, non appena un atleta viene scoperto, diventa un capro espiatorio messo all'indice, trattato come un appestato, un untore, come il peggior criminale autore dei più efferati delitti; la condanna comminata "dal circo del pedale" sarà esemplare e il fedifrago verrà considerato come un "paria".
Perchè assumere il doping?
Alla domanda risponde con questo libro, Di Luca.
Il doping è solo un mezzo per soddisfare il sempre più frenato desiderio di vittoria.
La vittoria, una droga ancor più potente e letale delle sostanze farmacologiche o delle pratiche mediche che ogni ciclista sa che deve seguire per poter anche solo riuscire a "tenere la coda del gruppo".
La vittoria crea una crisi di astinenza fortissima, non solo negli atleti, ma anche e, soprattutto, in coloro che dirigono e comandano tutto il "movimento".      
Corridori che si sono trasformati in medici e infermieri testando sul loro fisico nuove sostanze che sfuggano ai controlli, dopo la cessazione del doping di squadra alla fine degli anni 90.
Ora il doping è "un'automedicazione" che i direttori sportivi, i proprietari delle squadre, i dirigenti combattono e osteggiano sull'onda lunga degli scandali Festina, Armostrong, ecc., dove l'unico responsabile è il corridore, che rischia la sua vita come una cavia da laboratorio, "costretto" dalle pressioni sempre più pesanti proprio degli stessi dirigenti, proprietari, federazioni, sponsor che hanno un solo obbiettivo: la vittoria.
Questa ipocrisia, secondo il pensiero di Di Luca, è il frutto di una combinazione di giochi di potere, di denaro, di lotte intestine all'interno delle federazioni, delle squadre, degli sponsor; gli stessi che per una vittoria nei grandi appuntamenti delle "classiche" e dei "grandi giri" sono consapevoli dei "mezzi" leciti e illeciti che vengono utilizzati.
Un mondo quello del ciclismo ormai portato agli estremi, dove le medie delle velocità superano i limiti della fisiologia del corpo umano (limiti che vengono oltrepassati grazie alle sostanze dopanti); dove fin dal primo chilometro la velocità supera i 40 km/h; dove l'andatura cicloturistica scherzosa "dedicata alla visita parenti", alla celia tra i ciclisti e gli spettatori non esiste più; dove il vincitore viene "designato" all'interno di un selezionato gruppo di potere; dove la goliardia, il sano agonismo, le "imprese" che hanno caratterizzato questo sport fanno parte solo della memoria storica e delle immagini vetuste dei filmati in bianco e nero o delle prime trasmissioni televisive in palcolor.
Questo manoscritto è il manifesto di cosa sia stato e cosa sia il ciclismo in questi ultimi 20 anni.
Il racconto che si dipana lungo la carriera ciclistica (da bambino fino alla radiazione del 2013) di Di Luca, denuncia come sia cambiato il mondo del ciclismo; da sport "artigianale" a sport iper tecnologico e super professionistico che muove milioni di euro con interessi che travalicano confini internazionali in ogni angolo del pianeta.
Un mondo in cui anche l'amicizia è una rarità.
Un mondo che distrugge anche i rapporti famigliari, le relazioni più profonde, anche l'amore per la propria compagna.
Un mondo che aliena i corridori che vivono solo in funzione della vittoria, delle gare; un mondo, non solo il ciclismo, ma tutto lo sport professionistico, che è estraneo alla realtà comune di un qualunque altro mortale.
Un esilio così duro, che per tutti gli ex-atleti sono necessari almeno 5 anni per ricalarsi nel mondo extra-agonistico della normale quotidianità, una volta cessata l'attività professionistica.
Un' altra galassia, ecco cosa è oggi lo sport professionistico.
Di più.
Lo sport è la scintillante immagine di cosa sia oggi la società.
Si potrebbe considerare questo racconto, come la metafora della società e del mondo, mutati radicalmente nel corso degli ultimi due decenni sotto la spinta della globalizzazione e del profitto da inseguire ad ogni costo.
Una società internazionalizzata in cui le vicende umane dei singoli protagonisti (le persone comuni) vengono immolate senza alcun ritegno o rispetto sull'altare del business più sfrenato.
L'amicizia, l'amore, la fiducia, l'onestà, sono valori rarissimi non solo nel "circo mondiale del pedale" (e dello sport in genere), ma anche nel mondo delle "persone normali" perchè sviliti da altri valori, imposti dalla globalizzazione della finanza e del profitto senza limiti.
Siamo tutti considerati "bestie da vittoria".
Quale vittoria?
Non la conquista della maglia rosa, gialla, iridata, ma la conquista bramosa della pecunia, del potere, della carta filigranata.

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