Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Café Philo » Più saggi con Seneca. FeelBook, i libri che fanno bene

Più saggi con Seneca. FeelBook, i libri che fanno bene

Più saggi con Seneca. FeelBook, i libri che fanno bene
PiùSaggiConLucioAnneoSeneca
ANTEPRIMA/ Leggere fa stare meglio, ma non basta dirlo, bisogna sperimentarlo. Per questo nasce FeelBook: una nuova collana di Chiarelettere di brevi vademecum che affondano con precisione e stile brillante nelle opere e nelle biografie di grandi autori. Ogni libro un maestro, ogni capitolo una cura efficace a un malessere fisico o mentale. Si comincia con “Più saggi con Seneca”…

Leggere fa stare meglio, ma non basta dirlo, bisogna sperimentarlo. Per questo nasce FeelBook: una nuova collana di Chiarelettere di brevi vademecum che affondano con precisione e stile brillante nelle opere e nelle biografie di grandi autori. Ogni libro un maestro, ogni capitolo una cura efficace a un malessere fisico o mentale. Le parole dei grandi pensatori diventano immediate pillole curative. Alla fine del volume, il lettore non si sentirà solo meglio, ma avrà anche approfondito la conoscenza di autori imprescindibili. Ogni Feelbook è accompagnato da contributi autorevoli: Massimo Cirri e Matteo Nucci.

PIÙ SAGGI CON SENECA di Ilaria Rodella

Il libro che lancia la linea Feelkbook

Noi tutti vogliamo essere felici, ma per essere felici dobbiamo per prima cosa tenere a bada le nostra angosce, guardare la realtà e poi accettarla con serenità o con altrettanta serenità cercare di cambiarla. In una parola per essere felici dobbiamo diventare saggi. Se c’è uno che di saggezza se ne intende quello è Seneca: tanti gli insegnamenti che sono disseminati in tutti i suoi scritti e distillati in Più saggi con Seneca: un frizzante vademecum con esempi pratici, pillole di benessere, suggerimenti per stare bene. Il vocabolario di Seneca è quello di un vero personal trainer dell’anima: l’uomo deve infatti essere allenato per affrontare il mondo nella sua interezza proprio come “chi impara a tirar d’arco” che in un primo tempo mira sì “a un bersaglio prefissato e addestra la mano a dirigere i dardi che dovrà scagliare” ma “quando con l’apprendimento e l’esercizio ha acquisito tale abilità, li utilizza per lanciarli dove vuole”. Per stare bene da subito con suggerimenti antichi ma modernissimi, un farmaco senza data di scadenza da assumere in gocce o bere tutto d’un fiato, per conoscere noi stessi, vivere meglio o addirittura essere felici..

Prefazione di Massimo Cirri _ Chiarelettere, Milano 2014 [Collana FEELBOOK]

Seneca soffriva d’asma, è appurato. Scrive di «un attacco brevissimo e simile a una tempesta. Finisce per lo più nel giro di un’ora: e chi mai potrebbe resistere di più senza respirare?» (Epistulae ad Lucilium, VI, 54, 1-4). Ci sono poi indizi di una salute cagionevole fin dall’adolescenza: «La mia giovinezza sopportava agevolmente e quasi con spavalderia gli accessi della malattia. Ma poi dovetti soccombere e giunsi al punto di ridurmi in un’estrema magrezza» (Epistulae ad Lucilium, VIII, 78, 1-2). Così tocca immaginarlo, Lucio Anneo Seneca, maestro del pensiero, come un bambino un po’ malaticcio, probabilmente rincorso dalle preoccupazioni della mamma. L’apprensiva madre italiana, si sa, discende direttamente dalla romana mater ansiosissima. Poi eccolo ragazzino delicato e gracile, infine adulto che si confronta con le fragilità del corpo inseguendo medicamenti e rimedi. Fino a passare molti anni in Egitto per curare con il clima secco le crisi di asma che non smettono di tormentarlo e la bronchite diventata cronica.

Ne approfitta, di quel periodo sulle rive del Nilo, per confrontarsi con una cultura distante e una religione differente, ampliando la visione del mondo e delle cose. Ne tornerà più dotto, con idee sulle libertà civili così innovative che Roma ne resterà abbagliata e con una capacità oratoria ancor più brillante, ma laggiù tra le piramidi, lontano da casa molto più di quanto possiamo noi oggi riuscire a immaginare, Seneca non c’è andato per un Erasmus, ci è finito per curarsi. Così viene da pensare, e questa è una illazione, che l’immensa capacità di Seneca nell’indagare, descrivere, intrecciare e poi distinguere, mettere in ordine senza ridurle, restituendo sempre alla dimensione umana le umane cose, c’entra un po’ con le sue malattie e le sue fragilità. Forse un bel po’. Sappiamo che una malattia pesante, di quelle che interrogano sulla vita e i suoi limiti, lascia in chi l’ha attraversata una diversa visione di sé e degli altri. Molti la descrivono come una sterzata brusca, un prima e un dopo, uno stop prima di ripartire, un ri-pensarsi.

Ed è un pensiero, quello della malattia, che ritorna. Con timore (A ripensarci mi vengono i brividi), incredulità (A ripensarci non mi sembra vero) o stupore (Non lo so neanch’io, ripensandoci, come ho fatto a uscirne). Altri preferiscono smettere di pensarci: allontanarsi un po’, dimenticare. Che è pure questo molto molto umano. Ma ri-pensarsi, provare a pensare meglio i propri pensieri, alla fine conviene sempre. Mi pare ci insegni questo Lucio Anneo Seneca, ex bambino di debole costituzione: o ci pensi, ai tuoi pensieri, o loro si prenderanno te. Ne diventi preda. Perché non è un caso se nella nostra lingua pensiero sta per riflessione, meditazione, idea, concetto, giudizio e quindi mente e intelligenza. Ma con la stessa parola declinata al plurale, pensieri, indichiamo anche preoccupazioni, ansie, inquietudine e timori, angosce, assilli che ritornano, incubi a occhi aperti, fisime e paturnie. Brutti pensieri.

Quindi pensare ai propri pensieri. Entrarci dentro piano piano, poco alla volta se non siamo abituati a farlo e all’inizio vien paura. Succede uguale quando si entra in mare, l’acqua è freddina e la pancia si contrae e tu ti tiri sù sulle punte dei piedi. Ma poi trovi il coraggio, ne serve poco, e ti tuffi. Con un brivido che è anche di piacere: si può sguazzare nel mare dei nostri pensieri, gioiosamente. Nuotarci, abbandonarsi alla corrente e farsi portare: ricordi belli, timori, paure tante, isole di debolezza, spiagge di vergogna. Ma sempre meglio fare il bagno che restare seduti sulla riva, a guardare il fiume della nostra vita che scorre comunque. Senza provare a nuotarci dentro. C’è il rischio di andare qualche volta sotto e sentirsi soffocare, è vero, perdere di vista le sponde, rimanere impantanati in qualche secca o farsi travolgere dalla corrente. Ma si può fare. Per uscire dalle metafore acquatiche e tornare sulla terra: le nostre città sono piene di palestre, villaggi fitness e centri benessere. Vi si fanno tutte le ginnastiche del corpo per tenerlo in salute, bello e tonico.

Mancano invece luoghi dove fare ginnastica della mente e delle emozioni, provare a sciogliere i sentimenti, riscaldare le passioni, fare esercizi sulle nostre umane debolezze e rinforzarle. Perché? Un po’ per il modello di sviluppo che ci è capitato, dove la solitudine serve a consumare di più. Ma le merci non ci sfamano davvero. Quindi meglio cominciare a fare ginnastica dei sentimenti e dei pensieri in casa – Seneca è un ottimo personal trainer – e poi uscire e iscriversi a una qualsiasi palestra della mente. A me vengono in mente i tanti gruppi di self help, dove le persone che hanno una questione che interroga la vita si trovano in un’aula di biblioteca o all’oratorio, per scambiare informazioni ed emozioni. Più le seconde delle prime e tutto a costo zero. Ma ci sono tante altre di palestre delle emozioni. Basta andare in giro a cercarle, con Seneca sottobraccio come una baguette.