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Amadori ad Affari: “Il programma di Floris? Fa un po’… McDonald’s”

Amadori ad Affari: “Il programma di Floris? Fa un po’… McDonald’s”
giovanni floris
“Certamente il pubblico di Ballarò a cui appartenevo/appartengo risulta spiazzato da questo prodotto un po’ Mc Donald’s”. Il semiologo e numero uno dell’istituto Coesis Research, Alessandro Amadori, analizza con Affaritaliani.it l’esordio di Giovanni Floris con la striscia quotidiana 19e40. Lo share non è esaltante (pur se il trend è in crescita). “Questo programma in versione La7 è un po’ americano. Ha qualcosa di diverso nei colori, nello stile. Ha perso drammaticità e profondità. E poi…”. L’INTERVISTA di Giordano Brega

Di Giordano Brega (@GiordanoBrega)

“A volte, in materia di programmi televisivi, tendiamo a sopravvalutare il conduttore o il formato. Altre volte accade con la rete. La verità è che bisogna dare valutazioni caso per caso. Per quanto riguarda Floris il successo di Ballarò penso fosse la somma di tutte e tre le componenti”. Il semiologo e numero uno dell’istituto Coesis Research, Alessandro Amadori analizza con Affaritaliani.it l’esordio di Giovanni Floris con la striscia quotidiana 19e40 in onda su La7.

Nell’attesa che parta, la prossima settimana, DiMartedì (il talk di approfondimento di prima serata), lo share dei primi tre giorni di questa striscia non è stato esaltante (pur se con un trend in crescita nel corso dei primi tre giorni). Queste ‘pillole di Ballarò’ dunque non funzionano? O bisogna dargli tempo per assestarsi nella nuova dimensione?

In questo caso “è rimasta costante la componente conduttore, mentre sono cambiate le altre due – prosegue Amadori – Il formato, per quanto simile non è lo stesso. Anche semplicemente per scenografia, colori, iconologia di programma. E ha perso quel tono lievemente drammatico che aveva il setting di Ballarò. Era leggero, ma un po’ notturno. Aveva a che fare con le profondità della società. Si è un po’ lasciato per strada l’effetto caverna. A favore di un’iconologia quasi post-moderna. Insomma, il formato ha perso un po’ di incisività, anche solo dal punto di vista dei codici visivi”

E la rete…
“E’ ottima per l’informazione, ma con un posizionamento più americano. Ballarò invece era un prodotto italiano. Un classico concetto di giornalismo italiano. Vagamente di sinistra. L’idea era di approfondire, scavare e mostrare la complessità, però in modo leggero e narrativamente gradevole. Questo programma in versione La7 è un po’ americano. Ha qualcosa di diverso nei colori, nello stile. Ha perso drammaticità e profondità”.

Che consigli darebbe a Floris per recuperare profondità?
“Sulla rete non può agire. E’ quella. Quindi…”

Quindi deve agire su se stesso…
“O sul setting. Renderlo un po’ più introspettivo, profondo, da caverna. Così è la versione light di un programma americano”

In quella rete e in quel contesto chi potrebbe essere il conduttore ideale per condurre una striscia politica?
“Forse Andrea Pancani (conduttore di Omnibus su La7, ndr). Ballarò aveva qualcosa di una sinistra non militante. Ma con un taglio velatamente marxiano e nel formato attuale si è completamente perso. Qua siamo su un formato non ideologico, american-style. Un po’ Cnn, un po’ Sky: è il giornalismo di Pancani. Le dico una cosa…”

Prego…
“Io l’ho guardato per un po’ e poi ho cambiato. Perché mi sono detto ‘questo non è Ballarò, è un’altra cosa’. Il cui sapore non mi è ancora veramente chiaro”

Forse però l’essere partito dall’1,4% di share il primo giorno, crescendo sino al 2,4% può far pensare a un adattamento del pubblico?
“Questo sicuramente. Il programma ha margini di sviluppo. E’ sempre sbagliato osannare o criticare dopo poche puntate. Però certamente il pubblico di Ballarò a cui appartenevo/appartengo risulta spiazzato da questo prodotto un po’ Mc Donald’s. Da prodotto raffinato a…”

… a una sorta di Big Mac?
“Sì. Ha perso identità secondo me. Anche se Floris è sempre ineccepibile tecnicamente. E’ rimasto lui”.