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The Wolf of Wall Street,ecco il film con cui Di Caprio cerca l’Oscar

di Stefania Pizzi

Martin Scorsese regala allo spettatore 180 minuti di sesso, sniffate di droga, cocktail di farmaci di qualunque tipo e raggiri economici a danno di poveri e ricchi: Leonardo Di Caprio/Jordan Belfort è il potente deus ex machina. Il giovane broker parte da un piccolo ufficio, assume quattro uomini senza infamia, ma soprattutto senza competenze economico-finanziarie, e da qui cresce fino a metter su un impero che produce valanghe di dollari illegalmente.

Che l’intento del grande regista americano di THE WOLF OF WALL STREET, nelle sale dal 23 gennaio, fosse proprio quello di sovraccaricare, di stupire, di nauseare oltremodo chi guarda attraverso la costruzione di una visione di un mondo corrotto globalmente, nel quale non ci sono gli usuali fronti contrapposti buoni e cattivi, ma una miriade di “squali umani” insaziabili, e che tale intento sia meravigliosamente prodotto sullo schermo, con la raffinatezza che contraddistingue Scorsese, è noto. Ma dopo la prima ora di racconto riguardante l’ascesa di Jordan Belfort (dalla sua omonima biografia è tratto il soggetto del film candidato ai prossimi Oscar con ben 5 statuette), e la sua vita che da ordinaria si trasforma in eccessivamente straordinaria, attraverso scene che nulla risparmiano in fatto di linguaggio e primi piani, la narrazione si fa ripetitiva, ridondante e priva di pathos.

Anche la sua rovina e la sua nuova vita scivolano via velocemente rispetto alla prima parte. Nonostante il ritmo incalzante fatto di montaggio serrato, alternato a musica e a un indovinato flusso di parola pressoché ininterrotto (il regista sceglie di far raccontare la storia al protagonista con lo “sguardo in macchina” e la voce fuori campo) per tenere stretto e avvinghiato lo spettatore; nonostante l’instacabile prova di Di Caprio (meriterebbe l’Oscar sicuramente per compensazione di statuette non ricevute in passato); nonostante il fastidio che dopo tre ore invade lo spettatore sia funzionale e aderente al messaggio volutamente provocatorio del film…l’ultima fatica di Scorsese non emoziona, semmai colpisce, non incide semmai diverte. Un po’ pochino se si pensa ai capolavori THE DEPARTED o GANGS OF NEW YORK, o all’ultima poesia immersi negli orologi di HUGO CABRET.