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Coronavirus
Covid suicidi, non sono aumentati, anzi sono diminuiti. Lo studio The Lancet

La prestigiosa rivista The Lancet pubblica il primo studio mondiale sul rapporto Covid-suicidi.

Durante la pandemia sono aumentati i suicidi? La gente ha sofferto di più lo stress per la paura di morire di asfissia o polmonite ed è stata colpita da depressione andando verso il suicidio?

La sorpresa è che, scrive The Lancet, “non sembra esserci stato un aumento del rischio di suicidio durante i primi mesi della pandemia nei 21 Paesi per i quali avevamo dati, e un certo numero di Paesi o aree sembra aver visto meno suicidi rispetto al numero atteso”.

Addirittura i suicidi sono diminuiti in diversi Paesi, nonostante il quadro non certo rassicurante della gestione della pandemia.

E’ uno studio molto complesso (Suicide trends in the early months of the COVID-19 pandemic: an interrupted time-series analysis of preliminary data from 21 countries), quello della rivista scientifica inglese che si è basato sui dati dei Paesi sviluppati nei continenti Europa, Nord America, Sud America, Asia e Australia.

“La mancanza di aumento dei suicidi dall'inizio della pandemia potrebbe essere attribuita a vari fattori”, spiega lo studio redatto da una cinquantina di scienziati di ogni provenienza. Evidenze empiriche spiegano che “depressione, ansia e pensiero suicida riferiti a sé” sono “aumentati durante i periodi iniziali di permanenza a casa ma con gli aiuti psicologici che alcuni Paesi hanno implementato”, certamente non l’Italia, c’è stato un “graduale adattamento” della popolazione con un capovolgimento dello scenario.

Al dilagare della paura, orientata verso il timore soggettivo esteso alla cerchia dei cari, di essere infettati, finire in ospedale, morire, si è sostituita una colleganza tra esseri comuni, soprattutto tra familiari. Si è riscoperta, aggiungiamo noi, una vicinanza nuova e un senso di umanità ormai atipica, visto il sistema sociale ed economico iper individualista che ci incasella come monadi in un contesto e non come esseri senzienti in una comunità più estesa.

La qualità della vita è “stata rafforzata dalle famiglie” per il fatto che le persone “trascorrevano più tempo l'una con l'altra. Per alcune persone, lo stress quotidiano potrebbe essere stato ridotto durante i periodi di permanenza a casa, e per altri la sensazione collettiva di ‘siamo tutti in questo insieme’ potrebbe essere stata benefica”.

Una diminuzione dei suicidi rispetto ai numeri attesi c’è stata sicuramente in 12 aree e Paesi: Nuovo Galles del Sud (Australia), Alberta (Canada), Columbia Britannica (Canada), Cile, Lipsia (Germania), Giappone, Nuova Zelanda, Corea del Sud, California (Usa), Illinois (Usa), quattro contee del Texas (Usa), Ecuador.

Non di poco conto i sostegni fiscali che molti Paesi hanno adottato per tamponare le conseguenze economiche della pandemia. “In molti casi, questo sostegno viene ora ridotto o ritirato. Con il passare del tempo, le popolazioni precedentemente protette potrebbero dover affrontare uno stress crescente. I tassi di suicidio possono aumentare durante i periodi di recessione economica, quindi è possibile che i potenziali effetti correlati al suicidio della pandemia debbano ancora verificarsi”, scrive lo studio. I costi cioè potrebbero esserci in una seconda fase, quando le persone verranno colpite dalla crisi economica e sentiranno l’impossibilità di cambiare la propria situazione.

“I pochi studi” esistenti sul tema, spiegano sempre gli studiosi “hanno esaminato gli effetti di precedenti epidemie diffuse sul suicidio. Due revisioni sistematiche hanno identificato collettivamente 10 studi, incentrati su epidemie o pandemie influenzali nel Regno Unito (1889–93), negli Usa (1918–19), sempre negli Usa (2009–13), da sindrome respiratoria acuta grave in Hong Kong e Taiwan (2003) e dal virus Ebola in Guinea (2013-2016). Queste revisioni hanno suggerito che, sebbene i tassi di suicidio possano talvolta aumentare a seguito di questo tipo di emergenze di salute pubblica, i cambiamenti potrebbero non verificarsi immediatamente e che il rischio potrebbe effettivamente essere ridotto inizialmente”.

Lo studio è il primo a combinare i dati di più Paesi per esaminare i primi effetti del covid-19 sul suicidio. Lo studio ha coinvolto un processo di ricerca sistematico e ha superato i ritardi inerenti alla raccolta di statistiche vitali, utilizzando dati in tempo reale da numerose fonti ufficiali. Tuttavia, non analizza la situazione di Paesi a basso o medio-basso reddito, che rappresentano il 46% dei suicidi nel mondo e che invece potrebbero essere stati colpiti duramente dalla pandemia. In pochissimi di questi Paesi esistono sistemi di registrazione dei dati di buona qualità e ancora meno di loro raccolgono dati sui suicidi in tempo reale. Però è da notare che anche i pochi dati raccolti nei Paesi a basso reddito e del terzo mondo confermano sostanzialmente la controtendenza: le persone non si sono suicidate con frequenza maggiore durante il Covid.

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