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Coronavirus
Il fine non è il vaccino ma il Green Pass. Dal modello liberale al cinese

La Cina sta sperimentando il cosiddetto sistema dei crediti sociali

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma

 

Il vaccino è solo il primo step. Tu ti vaccini e io Stato ti rilascio il certificato verde che ti autorizza ad esercitare quei diritti di cittadinanza, che per Costituzione non potrebbero mai essere revocati (“Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome” – art. 22). Certo, il certificato verde non è al momento connesso a motivi politici ma di salute pubblica, ma il salto della staccionata è solo questione di tempo.

L’ultimo decreto-legge emanato dal governo nella serata del 5 gennaio, oltre ad introdurre la vaccinazione obbligatoria per gli over 50, ha introdotto l’obbligo di dotarsi del green pass (anche quello base va bene) per accedere ai cosiddetti servizi come banche, poste, negozi, parrucchieri etc. La ratio apparente è quella di tutelare la salute pubblica allo scopo di contenere la variante Omicron, ma in realtà l’idea è quella di dar vita ad un nuovo modello sociale, quello del controllo totale della popolazione.

Ci spieghiamo meglio. Il nostro modello sociale e politico è antico di quasi due secoli e mezzo, si basa infatti sullo schema liberale tracciato dalla dichiarazione di indipendenza americana del 1776 e dalla dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789: la libertà non è una concessione dello Stato ma un diritto naturale che discende dal Creatore (per chi ci crede), dalla Ragione (per chi non ci crede). La libertà non è ottriata da nessuno, siamo liberi perché nasciamo liberi. La pandemia sta superando questo modello liberale per andare verso il dirigismo centralista e statalista di matrice totalitaria in cui i diritti fondamentali non sono naturali ma ottriati, nella disponibilità dello Stato che può concederli, revocarli o delimitarne il perimetro di esercizio a proprio piacimento.

Da tempo la Cina sta sperimentando il cosiddetto sistema dei crediti sociali. Uno schema sviluppato attraverso un sistema nazionale digitale che tende a classificare la “buona reputazione” dei propri cittadini, un modello di controllo di massa basato su tecnologie per l’analisi di big data e l’incrocio dei dati. Se in Cina passi col semaforo rosso, tanto per fare un esempio, un cartellone manda in onda la tua immagine come una specie di lestofante che non ha rispettato le regole, incidendo sul credito sociale assegnato che il governo.

In Italia non siamo lontani da questo modello, ci stiamo arrivando, ne è riprova proprio il decreto-legge approvato il 5 gennaio dal Consiglio dei ministri, che a titolo di sanzione amministrativa per gli over 50 che non rispettassero l’obbligo vaccinale prevede – se il contenuto della bozza di cui parlano le agenzie di stampa fosse confermato - la multa di 100 euro inviata direttamente dall’Agenzia delle Entrate al “disobbediente” attraverso l’incrocio tra i dati sanitari e quelli residenziali, forse addirittura (chi lo sa!) prelevando direttamente i soldi dal conto corrente degli interessati,  in mancanza di pagamento spontaneo (vedremo il testo del decreto non appena verrà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale ovvero le ordinanze o circolari ministeriali in tal senso).

L’obiettivo finale, dunque, non è il vaccino ma il green pass, una nuova tessera di identità digitale che non si limita a identificare il cittadino ma arriva ad attribuirne la potestà di esercizio dei diritti fondamentali, revocabile dallo Stato in ogni momento, oggi se non fai la terza o quarta dose del vaccino, domani se non paghi una tassa, una multa o non segui un corso di formazione, se esprimi un pensiero difforme rispetto alla narrazione dominante e così via. Un nuovo modello di controllo sociale che da liberale si trasforma in quello autoritario, sperimentato dai cinesi.  

Il vaccino è il dito, il green pass la luna.

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