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Kurt Cobain, il ricordo di una star “apaticamente complessa”

25 anni senza Kurt Cobain, voce dei Nirvana e delle inquietudini di una generazione

Silenzio. Il 5 aprile 1994, nella casa vicino al lago Washington dove Kurt Cobain viveva, si sentiva solo silenzio. Una condizione dicotomica rispetto alla musica da lui composta, un misto di hard rock e indie americano anni 80 che si fondono nel formare quello che prende il nome di grunge, termine usato più che per definire un genere musicale, per racchiudere tutti quei gruppi nettamente diversi dal punto di vista musicale.

Ma il silenzio di quella mattina ben rappresenta l’animo istrionico ma adiaforamente complesso del frontman dei Nirvana. Quando si parla della morte di un personaggio pubblico, soprattutto se si tratta di suicida, tutti sono interessati alla causa fisica del decesso, morbosamente curiosi del macabro rituale, mentre i motivi che hanno indotto ad optare per tale decisione drastica vengono sempre liquidati e racchiusi nel concetto “depressione”.

Ma siamo sicuri che anche nel caso di Kurt Cobain possa valere questa motivazione? Ovviamente non si vuole indicare che tale patologia non possa portare al compimento di un suicidio, anzi è di necessaria importanza intervenire prontamente qualora se ne avvertissero i primi sintomi. La riflessione che si vuole fare è un’altra: è giusto non soffermarsi su cosa ha davvero indotto una star del suo calibro a togliersi la vita nel pieno degli anni e del successo? Non potrebbe essere forse un modo per riflettere su questioni che talvolta si prendono semplicemente per scontate?

Kurt Cobain e la lettera d’addio: un testamento di amore sofferto

Nel pomeriggio del 5 Aprile del 1994, Cobain si barricò nella stanza situata sopra il garage di casa sua, incastrando uno sgabello contro la portafinestra e decise di scrivere quelle che sarebbero state le sue ultime parole. Una lettera diretta all'amico immaginario della sua infanzia, Boddah, dove una sofferenza di stampo universale invade quelle frasi incerte scritte su un foglio bianco senza righe. Si legge: “Io non provo più emozioni nell'ascoltare musica e nemmeno nel crearla nel leggere e nello scrivere da troppi anni ormai. Questo mi fa sentire terribilmente colpevole.”

Apatia. Questa l’unica descrizione possibile a tali espressioni. Ma diversamente dagli stoici, che praticavano tale virtù per non essere sopraffatti dalle emozioni, nel caso di Kurt Cobain la causa di questa condizione sembra più derivare da un’estrema sensibilità, come si evince sempre nella sua lettera: “Io sono troppo sensibile. C'è del buono in ognuno di noi e penso che io amo troppo la gente, così tanto che mi sento troppo fottutamente triste. […] Penso sia solo perché io amo troppo e mi rammarico troppo per la gente.” Un animo fragile quello del leader dei Nirvana, ma da un lato anche di un realismo sconvolgente. Quanta ipocrisia sussiste anche nel successo, le persone ti acclamano, ti amano ma non sanno chi sei o cosa provi. E se lo sapessero forse non ti apprezzerebbero più.

Kurt Cobain aveva perso l’entusiasmo di vivere, quello che contraddistingue i bambini, come sua figlia Frances, alla quale dedica parole di profondo amore insieme a quelle per la moglie. Cobain amava ma non sapeva più come farlo. Né per gli altri né per se stesso.

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