Di Maria Carla Rota
@MariaCarlaRota
“Voglio soffrire bene, voglio soffire fino in fondo”. Così dice Massimo Troisi, appena lasciato dalla fidanzata, all’amico che cerca di distrarlo dalla sofferenza. Ma questa scena del film “Pensavo fosse amore e invece era un calesse” si ritrova spesso anche nelle nostre vite quotidiane. Protagonisti noi stessi oppure i nostri amici. C’è quello (o quella) che è stato mollato e che non ne vuole sapere di uscire. Quando sei in preda alla disperazione amorosa vuoi solo pigiama, copertina, patatine e cioccolato in perfetto stile Bridget Jones. “Smetti di pensarci e passerà”, ti dicono spesso le amiche (o gli amici). E ti propongono di sostituire le lacrime con un mojito. E’ venerdì sera e la voglia di uscire è sotto zero. Ci si sente completamente annullati. Ma a restare sul divano a piangersi addosso ci si sente in colpa.
D’ora in poi, però, non sarà più così. Soffrire fa bene. Lo sostiene un nuovo studio americano, condotto dal giornale “Social Psychological and Personality Science”, che ha studiato l’evoluzione emotiva post-separazione. Risultato: rimuginare sulla fine della storia d’amore accelera il recupero emotivo. Per sapere quale metodo è più efficace per voltare pagina, i ricercatori hanno messo a confronto due gruppi di persone appena usciti da una relazione. I primi hanno dovuto analizzare a approfondire tutti i risvolti della loro storia per nove settimane. Ai secondi è stato invece chiesto di pensare alla loro rottura sentimentale solo due volte: all’inizio e alla fine dell’esperimento. Conclusione: sembra che il gruppo che ha trascorso nove settimane a rimuginare si sia sentito molto meglio di quello che ha continuato a vivere senza guardarsi indietro.
Affaritaliani.it ha chiesto un parere a Monica Zentellini, psicoterapeuta e consulente Meetic. “Ogni distacco passa attraverso diverse fasi, che sono quelle del lutto vero e proprio, anche quando siamo stati noi a lasciare il partner. Bisogna fronteggiare un ritiro emotivo da un progetto su cui si erano investite energie”. I momenti da affrontare? In sequenza: negazione, disperazione, rabbia, consapevolezza e ricostruzione. “La seconda e la terza fase sono le più difficili e rischiose, perché la mente affronta i pensieri più catastrofici e si rischia di lasciarsi andare all’onda di queste emozioni negative. Se la fase si protrae troppo a lungo potrebbe esserci qualcosa di patologico: un problema di disistima oppure una dipendenza affettiva dagli altri”.
E’ necessario passare nella distruzione per ricostuire. Il rimuginio, se non è patologico e pervasivo, è utile e funzionale: spinge a darsi da fare e ripartire. “Se riesco a superare il lutto, mi ritrovo al cospetto delle mie forze, divento più sicuro e più pronto ad affrontare una nuova relazione. Fare finta di niente significa solo mettere uno scheletero nell’armadio. Ma al prossimo abbandono bisgnerà fare i conti anche con l’episodio precedente”.
Come capire se ci si sta lasciando troppo andare? “Bisogna sviluppare un testimone esterno, una sorta di terzo occhio, che ci guarda e che fa da contenimento al dolore. Mi dispero, sì, ma resto consapevole di me stesso”. Bisogna poi tenere conto che la disperazione all’inizio ci annulla 24 ore su 24, ma poi comincia a ritirarsi: “I momenti down si alternano a quelli in cui ci si sente meglio. Ed è anche di fronte a questi alti e bassi che il nostro ‘terzo occhio’ ci può aiutare, ricordandoci che la tristezza è un’onda: ci si lascia attraversare consapevoli che passerà. E’ una tecnica tipica dei buddisti tibetani: l’emozione mi attraversa ma non mi distrugge. Le aree del cervello deputate a eleborare le emozioni vengono così rigenerate”.
Campanelli d’allarme? “Se, per troppo tempo, non si hanno interazioni sociali, si è inappetenti, ci si vergogna… vuol dire che qualcosa non è stato ben elaborato. L’abbandono diventa un trauma di fronte al quale ci si sente senza risorse. Potrebbe essere il preludio alla depressione e c’è bisogno dell’intervento di uno specialista”.
Per ricominciare sono importanti anche le altri componenti della nostra vita, che non dovrebbero mai essere annullate nel corso di una relazione: lavoro, amici, benessere personale e famiglia. “Occuparsi di sé vuol dire dare spazio a tutte queste sfaccettature – continua Zentellini -. Se durante la relazione non le ho coltivate, va da sé che tutto il mio investimento risulta fallimentare”.
Infine, una vecchia teoria: chiodo schiaccia chiodo. “Può essere un aiuto per mantenere la socializzazione e ritrovare energia vitale. Le endorfine dell’innamoramento attivano entusiasmo e il nuovo partner funge quasi da traghettatore verso la ripresa. Attenzione, però: non deve essere una compensazione compulsiva. Anche in questo caso bisogna mantenere la consapevolezza di sé e capire se lo si sta facendo solo ed esclusivamente per paura della solitudine”.







