Dopo l’arresto dei cinque poliziotti del commissariato Anzio-Nettuno, emergono con forza devastante le rivelazioni sulle modalità con le quali gli agenti infedeli operavano fuori dal perimetro della legge. Gli agenti sono accusati, a seconda delle posizioni, di associazione per delinquere, peculato, falso, concorso esterno in associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, concorso in cessione di sostanze stupefacenti e accesso abusivo ai sistemi informatici della polizia
Tra le mura del carcere di Rebibbia perfino un narcotrafficante di calibro internazionale come Giancarlo Massidda si mostrava sdegnato per i metodi criminali della squadra giudiziaria locale. I poliziotti indagati erano soliti ripulire le abitazioni durante le perquisizioni ufficiali, intascando migliaia di euro in contanti e minacciando i fermati di aggravare la loro posizione penale in caso di protesta. Il quadro delineato dagli inquirenti evidenzia un vero e proprio sistema di estorsione sistematica e complicità con la malavita locale.
Il mercato parallelo della sostanza stupefacente
La condotta della squadra non si limitava al semplice furto di denaro. Gli indagati gestivano un lucroso baratto di dosi di droga sottratte dai sequestri all’interno del commissariato, riutilizzate come merce di scambio per comprare soffiate ed eliminare i pusher rivali dai quartieri. Il questore Roberto Massucci ha disposto la sospensione immediata dal servizio per i cinque servitori dello Stato infedeli, tra cui figurano figure chiave della sezione investigativa come l’assistente capo Alessandro Fortunato e il sovrintendente Antonio Pucci. L’inchiesta dei pm Lorenzo Del Giudice e Margherita Pinto ha portato alla luce legami diretti tra la polizia e gli esponenti dei clan albanesi attivi sul litorale laziale.
Omissioni e illeciti davanti al dramma
La mancanza di scrupoli del gruppo emerge in tutta la sua drammaticità dalle microspie durante l’inseguimento del 24 maggio 2025, costato la vita al trafficante albanese Arberi Sinomati. Nemmeno di fronte alla morte del sospettato, precipitato durante la fuga con 25 chili di sostanza stupefacente, la squadra si è fermata dal fare macabre valutazioni personali sul valore degli oggetti della vittima: «Non me ne sono accorto – dice un agente con riferimento al corpo di Sinomati – sennò gli sfilavo il Rolex».
L’intera operazione svela sette casi documentati di perquisizioni irregolari, furti di contanti ai danni degli arrestati e coperture garantite ai grandi trafficanti della zona, delineando uno scenario di corruzione sistemica nel litorale romano.


