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Cronache
Borsellino, il racconto del mafioso Avola smentito dal procuratore Paci

Strage Borsellino, il mafioso Avola viene smentito dalla procura di Caltanissetta: "Il giorno prima non era a Palermo ma a Catania con il braccio ingessato".

Michele Santoro ha incontrato il mafioso Maurizio Avola che gli ha confessato di essere stato "l'ultima persona a guardare negli occhi Paolo Borsellino". "Io posso dire che c'ero e sono uno degli esecutori materiali della strage di Via D’Amelio" sono le parole di Avola contenute nel nuovo libro intervista del giornalista "Nient'altro che la verità" e mandate in onda nello Speciale Mafia di Mentana, ieri sera 28 aprile su La7, con ospite anche la figlia del magistrato, Fiammetta Borsellino

L'auto, la 126, che il 19 luglio 1992 uccise Borsellino, afferma Avola, fu "imbottita da due persone, io e un’altra persona. I panetti toccavano pure il seggiolino dell’auto. Erano dodici panetti di esplosivo in tutto". "Borsellino scende dalla macchina e lascia lo sportello aperto per andare a citofonare alla madre" racconta Avola, "io mi fermo, mi giro e lo guardo, mi accendo una sigaretta. Lo guardo, mi giro e faccio il segnale verso il furgone a Giuseppe Graviano e mi allontano a passo elevato, mi dà tempo 12 secondi".

Poi sulla settimana dell'attentato spiega di essere "salito a Palermo diverse volte. C'erano Giuseppe Graviano ma anche Matteo Messina Denaro. E poi i ragazzi Fifetto Cannella e Renzino Tinnirello".

La smentita del procuratore Paci

Il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Gabriele Paci, smentisce l'ex boss di Cosa Nostra Maurizio Avola che afferma di avere partecipato alla fase esecutiva della strage di Via D'Amelio, insieme a Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Aldo Ercolano e altri. Questa circostanza era stata riferita per la prima volta da Avola nel corso di un interrogatorio lo scorso anno, davanti ai magistrati della Dda nissena, "a distanza di oltre 25 anni dall'inizio della sua collaborazione con l'autorità giudiziaria", sottolinea Paci. Gli accertamenti disposti dalla procura finalizzati a vagliare l'attendibilità di dichiarazioni riguardanti una vicenda "ancora oggi contrassegnata da misteri e zone grigie", per Paci, "non hanno allo stato trovato alcuna forma di positivo riscontro che ne confermasse la veridicità".

Piuttosto, dalle indagini demandate alla Dia, evidenzia Paci, "sono per contro emersi rilevanti elementi di segno contrario che inducono a dubitare tanto della spontaneità quanto della veridicità del suo racconto". In particolare il procuratore cita l'accertata presenza di Avola a Catania, "addirittura con un braccio ingessato, nella mattinata precedente il giorno della strage, mentre secondo il racconto del pentito catanese, giunto a Palermo nel pomeriggio del venerdì 17 luglio, avrebbe dovuto trovarsi all'interno di una abitazione di una abitazione sita nei pressi del garage di via Villasevaglios, pronto, su ordine di Giuseppe Graviano, a imbottire di esplosivo la Fiat 126 poi utilizzata come autobomba".

"Colpisce peraltro che Avola, anziché mantenere il doveroso riserbo su quanto rivelato a questo ufficio, abbia preferito far trapelare il suo asserito protagonismo nella strage di Via D'Amelio, oltre a quella di Messina Denaro, Graviano e altri, attraverso interviste e la pubblicazione di un libro" continua Paci. "Lascia altresì perplessi che egli abbia imposto autonomamente una sorta di 'discovery' compromettendo così l'esito delle future indagini, dopo che l'ufficio aveva provveduto a contestargli le numerose contraddizioni del suo racconto e gli elementi probatori che inducevano a dubitare della veridicità di tale sua ennesima progressione dichiarativa".

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