Criminalità giovanile, giustizia troppo docile: serve un cambio di passo
C’è molto più di qualcosa di sbagliato, nel modo in cui stiamo crescendo le nuove generazioni. I recenti fatti di cronaca, che si susseguono uno via l’altro senza soluzione di continuità in una preoccupante escalation di gravità, dimostrano con incontrovertibile chiarezza che l’approccio di sottovalutazione delle condotte adolescenziali violente e l’abuso del perdono, sociale e giudiziale, usato a pioggia come strumento di deresponsabilizzazione degli adulti nei confronti di figli cresciuti male, non funzionano.
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Dai ragazzini che sparano pallini di gomma all’insegnante durante la lezione riprendendo tutto col cellulare e diffondendo il video allo scopo di diventare “virali”, promossi a fine anno col nove in condotta; a quelli poco più grandi che intraprendono sfide acchiappa “like” e acchiappa soldi, guidando per 50 ore un’auto di grossa cilindrata e sfrecciando a oltre 120 km orari dove c’è il limite dei 30, provocando un incidente in cui è morto un bambino, ma che i genitori difendono perché è stata solo una “bravata”; ai due sedicenni arrestati per aver ammazzato di botte un senzatetto, riprendendo le violenze col cellulare e che già, sempre sui social, avevano manifestato la loro indole violenta.
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Per finire (si fa per dire) al diciassettenne che avrebbe ucciso a coltellate una coetanea, nascondendo il corpo in un sacchetto del pattume e caricandolo su un carrello della spesa, abbandonato di fianco a dei cassonetti, un ragazzo già conosciuto per atti violenti e risse, ma nei cui confronti nessuno aveva preso provvedimenti. A quali e quanti altri crimini efferati si dovrà assistere, prima di decidersi a reagire in modo adeguato alle condotte criminali, ancorché perpetrate da ragazzini? Un sedicenne che è in grado di uccidere una persona a botte o a coltellate, di occultare le prove, nascondere il corpo, sviare le indagini, crearsi falsi alibi, non può essere giudicato come un minorenne, con tutti i benefici processuali (enormi) che ne derivano: ma dovrebbe essere giudicato come un maggiorenne, con tutte le conseguenze che ne derivano.
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La possibilità, per i minori, di ottenere il perdono giudiziale ed evitare il carcere anche per reati gravissimi, l’impossibilità per le vittime di costituirsi parti civili nei processi che li riguardano, i benefici e gli sconti di pena concessi con maggiore facilità e indulgenza, sono spesso interpretati non come una seconda possibilità, ma come una condizione di impunità, o quanto meno di scarsa severità anche di fronte a comportamenti ad alto tasso criminale. Così come è ormai improcrastinabile la necessità di abbassare l’età imputabile, attualmente fissata a quattordici anni. Serve un cambio di passo, che parta dal presupposto che punire un ragazzino per un reato non significa fargli del male, ma esattamente il contrario. Purché la sanzione sia afflittiva ma efficacemente rieducativa. E nessuna rieducazione si può ravvisare in una pacca sulla spalla con la promessa di non farlo più. I tragici episodi di questi giorni, infatti, ci raccontano esattamente il contrario.
*Presidente dell’Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime

