Chi è Frank Furedi, intellettuale vicino al think tank ungherese di Orbán e teorico dei confini
Frank Furedi, nato nel 1948 in Ungheria e poi trasferitosi con la famiglia prima in Canada e successivamente nel Regno Unito dopo la rivoluzione del 1956, è oggi professore emerito di Sociologia all’Università del Kent. Autore di una trentina di libri, si è affermato come uno dei sociologi contemporanei più discussi, soprattutto per i suoi studi sulla sociologia della conoscenza, sull’educazione e sull’analisi delle società occidentali attraversate da paura, incertezza e conflitti culturali. Il suo nome è recentemente tornato al centro del dibattito perché un suo testo è stato scelto tra le tracce della prima prova della Maturità 2026: un brano tratto dal saggio “I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere” (2021), pubblicato in Italia da Meltemi.
Al centro della sua riflessione c’è un’idea controcorrente rispetto al dibattito dominante sulla globalizzazione: mentre molte correnti culturali e politiche promuovono l’abbattimento delle frontiere, Furedi sostiene invece che i confini – geografici, sociali e simbolici – siano elementi fondamentali per la stabilità delle società.
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Secondo il sociologo, nelle società occidentali contemporanee si assiste a una progressiva delegittimazione di ogni forma di confine: non solo quelli tra Stati, ma anche quelli tra pubblico e privato, uomini e donne, adulti e bambini, esseri umani e animali, cittadini e non cittadini. Tutte queste distinzioni, un tempo considerate naturali o necessarie, vengono spesso interpretate come arbitrarie o ingiuste. Paradossalmente, osserva Furedi, proprio mentre si rifiutano i confini tradizionali, la politica dell’identità finisce per crearne di nuovi, di tipo simbolico e culturale. Da questa analisi deriva la sua preoccupazione per una società che considera “in deriva culturale”. Per Furedi è quindi essenziale riscoprire l’“arte di tracciare confini”, come strumento di orientamento e coesione sociale.
Tra le sue opere più note figura anche “Cultura della paura”, in cui analizza come le società occidentali tendano a percepire il mondo come sempre più pericoloso, sviluppando una crescente ossessione per la sicurezza e per l’eliminazione del rischio. In Italia sono stati pubblicati diversi suoi testi, tra cui “Il nuovo conformismo” (Feltrinelli, 2005), “Che fine hanno fatto gli intellettuali? I filistei del XXI secolo” (Raffaello Cortina, 2007), “Fatica sprecata. Perché la scuola oggi non funziona” (V&P, 2012) e “Contro la psicologia. Come la deriva terapeutica rende vulnerabili individui e società” (Feltrinelli, 2023).
Negli anni Ottanta Furedi è stato tra i fondatori del Revolutionary Communist Party britannico. In seguito, però, ha progressivamente rivisto le proprie posizioni, avvicinandosi a una critica più ampia del progressismo contemporaneo e della cosiddetta “cancel culture”. Oggi guida il Mathias Corvinus Collegium, un think tank conservatore vicino all’ex premier ungherese Viktor Orbán, elemento che ha contribuito ad accendere ulteriormente il dibattito sulla sua figura pubblica.

