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Cronache

di Antonino D'Anna

La lettera che il Papa ha scritto a Eugenio Scalfari, fondatore ed ex direttore di Repubblica non credente ma affascinato dalla figura di Cristo, è semplicemente magnifica. Magnifica nel senso proprio di “magnus”, grande. Grande nella sua levatura morale e nella serenità con cui il Francesco affronta un foglio che certo non può essere definito come clericale o benigno nei confronti della Chiesa cattolica. Un gesto giovanneo, che avvicina Jorge Mario Bergoglio ad Angelo Giuseppe Roncalli. Un aneddoto: il Papa buono, all'inizio del pontificato ebbe modo di visitare una parrocchia rossa alla periferia di Roma, e gli era stato sconsigliato di andarci perché “quelli votano comunista”. Giovanni XXIII decise di andarci lo stesso, celebrò la Messa e poi nell'omelia ebbe modo di dire: “Cari figlioli, sono contento di essere qui oggi. So che c'è qualcuno tra voi che ha delle idee particolari, ma l'importante, ciò che conta, è che siate buoni”.

LA COSCIENZA CATTOLICA- Ecco, quest'episodio è riaffiorato alla mente nel leggere titoloni entusiasti per i quali “Dio perdona chi segue la propria coscienza”. Il che non vuol dire fare quello che si pare: il Papa ha ribadito nel testo inviato a Scalfari alcuni punti della fede cristiana, a cominciare proprio dalla coscienza. Perché se non ragioniamo entro questo schema non è possibile comprendere a fondo quanto affermato da Francesco. E allora che cos'è la coscienza? Lo ha detto il Concilio Vaticano II nella Costituzione “Gaudium et spes”: “Nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce, che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente parla alle orecchie del cuore (...). L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al suo cuore (...). La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità propria”. L'uomo, tutti gli uomini: anche gli atei e i mangiapreti, anche chi non professa la religione cattolica. Allora in questi termini la frase “Dio perdona chi segue la propria coscienza” non diventa l'invito a fare quello che si crede (e allora il Papa sarebbe – paradossalmente – un relativista come quelli combattuti dal suo predecessore Benedetto XVI!) ma, appunto, ad ascolta questa voce che chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male. Infatti il Papa lo dice chiaramente a Scalfari: “la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire”. Né più, né meno che quanto insegna la Chiesa.

VINCE PERCHE' GESUITA- Ecco, è qui che si gioca la grande capacità comunicativa di Bergoglio. Vince perché è gesuita (non nel senso di infingardo come qualche malizioso potrebbe credere): perché, semplicemente, riafferma – sia pure con delicatezza e senza toni da crociata – le verità della fede in cui crede. Non le cambia: cambia invece il modo di presentarle, proprio come voleva il Vaticano II (e in questo è totalmente un Papa conciliare). E può farlo anche in virtù – bisogna ammetterlo – della buona stampa di cui per ora gode e che ha saputo sfruttare. Francesco ha una statura tale che gli permette di dialogare con tutti, e di farsi seguire da tutti: se non credenti o non cattolici digiunano con lui è perché trovano in questo Papa qualcosa di credibile e vicino, qualcosa che gli fa sentire e dire: “è uno di noi”. È questo il grimaldello che permette a Bergoglio di svolgere la sua missione.

GESU' SI', CHIESA PURE- È interessante il modo in cui il Pontefice ribalta una serie di affermazioni – care anche ai cosiddetti credenti non praticanti – e modi di pensare sulla Chiesa. Chiarisce nel testo che “la fede, per me, è nata dall'incontro con Gesù”. Un incontro personale, ma “al tempo stesso un incontro che è stato reso possibile dalla comunità di fede in cui ho vissuto e grazie a cui ho trovato l'accesso all'intelligenza della Sacra Scrittura, alla vita nuova che come acqua zampillante scaturisce da Gesù attraverso i Sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, immagine vera del Signore. Senza la Chiesa — mi creda — non avrei potuto incontrare Gesù”. E con questo il “Gesù sì, Chiesa no”, lamentato anche da Benedetto XVI viene sistemato: Francesco dice a Scalfari che può dialogare con lui proprio perché viene dalla Chiesa cattolica. Rivendica quindi la sua possibilità di essere interlocutore proprio per le sue radici e non per il credito mediatico che ha saputo far fruttare.

GLI EBREI- Interessante anche il rapporto con l'Ebraismo che traspare dalla risposta del Papa a Scalfari. Francesco rende omaggio alla fede dei fratelli maggiori: “Anch’io, nell’amicizia che ho coltivato lungo tutti questi anni con i fratelli ebrei, in Argentina, molte volte nella preghiera ho interrogato Dio, in modo particolare quando la mente andava al ricordo della terribile esperienza della Shoah. Quel che Le posso dire,con l’apostolo Paolo, è che mai è venuta meno la fedeltà di Dio all’alleanza stretta con Israele e che, attraverso le terribili prove di questi secoli, gli ebrei hanno conservato la loro fede in Dio. E di questo, a loro, non saremo mai sufficientemente grati, come Chiesa, ma anche come umanità”.

LA VERITA'- Dicevamo prima della coscienza intesa in senso cristiano. Allo stesso modo Bergoglio chiarisce il concetto di verità, e lo dice al fondatore di Repubblica svicolando alla domanda di Scalfari, se cioè il credere che non esiste una verità assoluta sia un peccato. Francesco, più che svicolare, chiarisce i termini: la verità non è assoluta perché sciolta da tutto e tutti, ma nasce dalla relazione con Cristo. Il che non vuol dire che la verità sia variabile e soggettiva: “Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita. Non ha detto forse Gesù stesso: «Io sono la via, la verità, la vita»? In altri termini, la verità essendo in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa”. Un segnale di dialogo non da poco: “Penso che questo sia oggi assolutamente necessario per intavolare quel dialogo sereno e costruttivo che auspicavo all’inizio di questo mio dire”. Parlavamo all'inizio della magnificenza di questo testo. È catechetica in pillole, ma catechetica di quella migliore. È espressione dell'essere Bergoglio, cioè dell'ansia di incontrare chiunque e della voglia di testimonianza. Un esempio importante capace di scuotere il clero europeo e in grado di indicare all'Europa spiritualmente stanca la possibilità di una rinascita. Il dialogo auspicato da Francesco supera l'accento di Benedetto XVI posto sulla dittatura del relativismo (anche se Ratzinger ebbe modo di istituire “Il cortile dei Gentili” guidato dal cardinale Gianfranco Ravasi per il dialogo con i non credenti) e propone una prospettiva nuova da percorrere. Una prospettiva molto giovannea.

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